Non avevo ancora diciotto anni quando , dopo aver preso un diploma di radiotelegrafista, fui assunto presso le Ferrovie dello Stato. Da Palermo, mia città natale, fui trasferito a Mazara del vallo. Trovai alloggio presso una pensioncina a carattere familiare che si trovava nel centro storico della città ; la casa si trovava in una strada piccola ma molto frequentata a quei tempi ed era proprio fra la via Garibaldi e la piazza Plebiscito. Spesso noi ferrovieri venivamo mandati in trasferta in altre città, ma poteva però anche capitare che altri giovani venissero per qualche periodo a lavorare a Mazara. Ricordo molto bene quello che mi capitò una notte di tanti anni fa, proprio mentre abitavo nella pensioncina di cui ho parlato.
Un giovane palermitano di nome Vito, il cognome non lo ricordo più, in trasferta a Mazara, era ospite come me della casa. Sin dall’inizio del suo soggiorno avevo capito che qualcosa in lui non andava, era sempre triste e pensieroso , non propenso alle chiacchierate e alle confidenze .
Una notte si alzò all’improvviso e cominciò a dire che si voleva ammazzare. Era disperato e, in preda ad una grande agitazione, mi confessò che aveva preso una brutta malattia,una malattia di origine sessuale. Uscì dalla casa di corsa dicendo che si sarebbe buttato a mare ed io non ebbi neppure il tempo di vestirmi , gli andai dietro correndo. Si fermò di fronte alla villa comunale ma intuì che l’altezza dell’acqua non gli avrebbe permesso di morire come desiderava, rimase per un po’ indeciso e in quel momento lo raggiunsi . Ci mettemmo a sedere sul marciapiede e sfoderai tutte le armi di convinzione di cui disponevo alla mia giovane età per cercare di farlo desistere dal suo proposito. Parlai a lungo quella notte e,quando lo vidi più tranquillo, lo presi sottobraccio e lo riportai a casa. Mi ringraziò di cuore qualche tempo dopo e anche le sue sorelle, alle quali aveva raccontato il fatto, vennero a Mazara per ringraziarmi personalmente.
Una notte, mentre ero in trasferta e facevo servizio ad Alcamo diramazione , vidi arrivare in stazione una ragazza. Non c’era per lei la possibilità di proseguire perché non c’erano treni . Mi sembrò giusto farle compagnia e chiacchierare con lei del più e del meno. Al mattino,proprio vicino al luogo in cui eravamo stati , si avvertì un certo movimento. Venni a sapere che un uomo si era impiccato nel ramo di un albero . Eppure io ero stato là con la ragazza tutta la notte e non mi ero accorto di niente! La cosa fu archiviata come suicidio, a me però rimase sempre il dubbio su come era potuta accadere questa cosa terribile a due passi dal luogo in cui mi trovavo.
sabato 12 maggio 2012
giovedì 5 aprile 2012
l'attesa
L’ATTESA
Madonna santissima di lu Paradisu, facitimillu veniri sanu e salvu! Santu Vitu, San Micheli gloriusu, aiutatilu vui !
Le novene, i rosari, le suppliche, le offerte, non si contavano.
L’attesa era divenuta ormai un’abitudine di vita per donna Ciccina. Anni dopo anni ad attendere il marito scomparso nel nulla in Argentina, visioni, profezie ricerche di contatti con un’aldilà nebuloso, pieno di spiriti che cercavano di mandare messaggi ai viventi.
A questa attesa, che era stata fondamentale nella sua vita, se ne era poi aggiunta un’altra. Il figlio Peppino, partito da casa a sedici anni per inseguire il sogno del Duce, era stato dichiarato disperso in guerra. Interi mesi senza notizie.
Per lei c’era pure l’angoscia dei sogni ricorrenti, quelli in cui vedeva il figlio sul mare, su una zattera di legno, solo e bisognoso d’aiuto. L’acqua era putrida e nera, simile a quella dove era sparito il suo uomo!
Seduta diritta sulla sedia impagliata sistemata vicino al balcone, con le mani in continuo movimento per un lavoro di rete su cui la figlia avrebbe eseguito dei ricami, donna Ciccina guardava dietro i vetri il traffico della strada del Corso e attendeva l’arrivo del postino o di chiunque potesse annunciare che il figlio era vivo e stava per tornare.
La grazia gliel’aveva poi fatta San Giuseppe. Non poteva non fargliela.
Cu la dura la vinci.
Donna Ciccina aveva sempre omaggiato il Santo, protettore dei falegnami. Falegname anche lui, proprio come il marito scomparso.
Come si era sentita orgogliosa di questo figlio maschio a cui, il diciannove marzo, per la festa di San Giuseppe, faceva indossare una tunica bianca, che diventava ogni anno sempre più corta!
Gli metteva sulle spalle una mantellina color tabacco e gli preparava un bastone su cui avvolgeva dei fiori di campo. Il bastone fiorito diventava spesso una utile arma di difesa per il bambino che non amava sentirsi criticare dai compagni. Peppino, grazie anche al suo nome, uguale a quello del Santo, recitava la parte di San Giuseppe nella composizione della Sacra famiglia di Nazaret.
Accanto a lui c’era una bimba vestita da Madonna e un altro bimbetto con una tunica blu , il piccolo Gesù. Quando si formava il corteo, mentre lu tamburinaru precedeva annunziando l’arrivo dei tre personaggi sacri, una gran folla festosa accorreva per assistere allo spettacolo. Il sacro corteo, seguito dalla banda dei musicisti che suonavano allegri motivetti, procedeva per le vie del centro con un percorso sempre diverso a seconda delle famiglie che avevano richiesto la grazia del Santo e si erano mostrate disponibili ad offrire un pasto alla Sacra Famiglia.
Come si abbuffava di cibo il suo Peppino! Ritornava a casa con le orecchie rosse infuocate e con grossi involti di cibo. Era festa per tutti!
A quindici anni, aveva detto che voleva imbarcarsi e diventare radiotelegrafista di bordo.
-Mamà, nun ti preoccupari!
E invece le preoccupazioni erano arrivate, altro che!
Per quanto tempo non aveva avuto notizie? Sei o sette mesi , un tempo infinito.
Poi c’era stato l’arrivo del telegramma.
Tina con il foglio giallo fra le mani, aveva chiamato la madre a gran voce rimanendo ferma davanti al portone di casa appoggiata al muro, in preda ad una forte emozione. Finalmente stava per risolversi il mistero del fratello disperso!
Scesero dal secondo piano i vicini di casa, le figlie di donna Ciccina e la nipote Anna; arrivò anche donna Sarina Modica che abitava nella casa di fronte e stava sempre affacciata alla finestra per conoscere le ultime novità. Si radunò davanti alla porta un bel gruppo di gente.
Chi lo apre il telegramma? Chi legge?
Momenti di panico; nessuno voleva prendersi la responsabilità di leggere magari una brutta notizia. Portarono una sedia per donna Ciccina, la fecero sedere sostenendola amorevolmente e finalmente Tina, con le mani tremanti, si accinse a leggere le scarne notizie riportate nel testo.
Tutto bene. Scansato pericolo. Segue lettera.
Peppino era salvo!
La nave su cui il giovane siciliano era imbarcato era stata colpita dai nemici in mare aperto. Erano finiti tutti a mare. Peppino, aggrappato ad un pezzo di legno, aveva trascorso un’intera notte privo di sensi trascinato dalle nere onde. Con le prime luci dell’alba si era svegliato e udito delle voci accanto a lui.
Lasciamolo qui - diceva un tale - buttiamolo a mare e andiamo via. Per questo poveraccio non c’è niente da fare!
Aspetta, aspetta, mi pare che si muove – diceva un altro - è vivo!
Portiamolo sulla nave e vediamo se riesce a riprendersi!
Si era ripreso. Aveva buttato fuori tutta l’acqua del mare che si era accumulata nella pancia, si era sgonfiato ed aveva parlato.
Mamà, mamà, sono salvo!
Si campa e si mori quannu Diu voli.
Madonna santissima di lu Paradisu, facitimillu veniri sanu e salvu! Santu Vitu, San Micheli gloriusu, aiutatilu vui !
Le novene, i rosari, le suppliche, le offerte, non si contavano.
L’attesa era divenuta ormai un’abitudine di vita per donna Ciccina. Anni dopo anni ad attendere il marito scomparso nel nulla in Argentina, visioni, profezie ricerche di contatti con un’aldilà nebuloso, pieno di spiriti che cercavano di mandare messaggi ai viventi.
A questa attesa, che era stata fondamentale nella sua vita, se ne era poi aggiunta un’altra. Il figlio Peppino, partito da casa a sedici anni per inseguire il sogno del Duce, era stato dichiarato disperso in guerra. Interi mesi senza notizie.
Per lei c’era pure l’angoscia dei sogni ricorrenti, quelli in cui vedeva il figlio sul mare, su una zattera di legno, solo e bisognoso d’aiuto. L’acqua era putrida e nera, simile a quella dove era sparito il suo uomo!
Seduta diritta sulla sedia impagliata sistemata vicino al balcone, con le mani in continuo movimento per un lavoro di rete su cui la figlia avrebbe eseguito dei ricami, donna Ciccina guardava dietro i vetri il traffico della strada del Corso e attendeva l’arrivo del postino o di chiunque potesse annunciare che il figlio era vivo e stava per tornare.
La grazia gliel’aveva poi fatta San Giuseppe. Non poteva non fargliela.
Cu la dura la vinci.
Donna Ciccina aveva sempre omaggiato il Santo, protettore dei falegnami. Falegname anche lui, proprio come il marito scomparso.
Come si era sentita orgogliosa di questo figlio maschio a cui, il diciannove marzo, per la festa di San Giuseppe, faceva indossare una tunica bianca, che diventava ogni anno sempre più corta!
Gli metteva sulle spalle una mantellina color tabacco e gli preparava un bastone su cui avvolgeva dei fiori di campo. Il bastone fiorito diventava spesso una utile arma di difesa per il bambino che non amava sentirsi criticare dai compagni. Peppino, grazie anche al suo nome, uguale a quello del Santo, recitava la parte di San Giuseppe nella composizione della Sacra famiglia di Nazaret.
Accanto a lui c’era una bimba vestita da Madonna e un altro bimbetto con una tunica blu , il piccolo Gesù. Quando si formava il corteo, mentre lu tamburinaru precedeva annunziando l’arrivo dei tre personaggi sacri, una gran folla festosa accorreva per assistere allo spettacolo. Il sacro corteo, seguito dalla banda dei musicisti che suonavano allegri motivetti, procedeva per le vie del centro con un percorso sempre diverso a seconda delle famiglie che avevano richiesto la grazia del Santo e si erano mostrate disponibili ad offrire un pasto alla Sacra Famiglia.
Come si abbuffava di cibo il suo Peppino! Ritornava a casa con le orecchie rosse infuocate e con grossi involti di cibo. Era festa per tutti!
A quindici anni, aveva detto che voleva imbarcarsi e diventare radiotelegrafista di bordo.
-Mamà, nun ti preoccupari!
E invece le preoccupazioni erano arrivate, altro che!
Per quanto tempo non aveva avuto notizie? Sei o sette mesi , un tempo infinito.
Poi c’era stato l’arrivo del telegramma.
Tina con il foglio giallo fra le mani, aveva chiamato la madre a gran voce rimanendo ferma davanti al portone di casa appoggiata al muro, in preda ad una forte emozione. Finalmente stava per risolversi il mistero del fratello disperso!
Scesero dal secondo piano i vicini di casa, le figlie di donna Ciccina e la nipote Anna; arrivò anche donna Sarina Modica che abitava nella casa di fronte e stava sempre affacciata alla finestra per conoscere le ultime novità. Si radunò davanti alla porta un bel gruppo di gente.
Chi lo apre il telegramma? Chi legge?
Momenti di panico; nessuno voleva prendersi la responsabilità di leggere magari una brutta notizia. Portarono una sedia per donna Ciccina, la fecero sedere sostenendola amorevolmente e finalmente Tina, con le mani tremanti, si accinse a leggere le scarne notizie riportate nel testo.
Tutto bene. Scansato pericolo. Segue lettera.
Peppino era salvo!
La nave su cui il giovane siciliano era imbarcato era stata colpita dai nemici in mare aperto. Erano finiti tutti a mare. Peppino, aggrappato ad un pezzo di legno, aveva trascorso un’intera notte privo di sensi trascinato dalle nere onde. Con le prime luci dell’alba si era svegliato e udito delle voci accanto a lui.
Lasciamolo qui - diceva un tale - buttiamolo a mare e andiamo via. Per questo poveraccio non c’è niente da fare!
Aspetta, aspetta, mi pare che si muove – diceva un altro - è vivo!
Portiamolo sulla nave e vediamo se riesce a riprendersi!
Si era ripreso. Aveva buttato fuori tutta l’acqua del mare che si era accumulata nella pancia, si era sgonfiato ed aveva parlato.
Mamà, mamà, sono salvo!
Si campa e si mori quannu Diu voli.
mercoledì 4 aprile 2012
IO e la scuola
martedì 22 aprile 2008
IO e LA SCUOLA
Nel sogno mi vedevo in un grande edificio dai lunghi corridoi deserti e silenziosi, completamente privi di suppellettili, una scuola non scuola senza alunni né insegnanti, un ambiente asettico e privo di vita. Giravo per i corridoi con i libri legati da un elastico ed un registro in mano, alla ricerca di una aula dove recarmi. Consapevole di avere già finito la mia carriera di insegnante e di essere in pensione, ma ancora nelle vesti di alunna come lo ero stata tanti anni prima, non saprei dire se per punizione o premio, mi toccava di dover tornare a scuola.
In quale ruolo? Ero scolara o insegnante? Ero lì per apprendere o per comunicare ciò che avevo appreso?
Bidelli a cui chiedere l’ubicazione dell’aula non ce n’erano, vagavo per i lunghi corridoi un po’ stizzita e per nulla contenta di dover tornare a scuola dopo un dorato dolce far niente.
All’improvviso, in fondo allo sgabuzzino per le scope, individuavo la mia aula. Aprivo la porta con un certo timore, non mi sentivo più sicura di me e della mia capacità di stare con i giovani, riconoscevo però nel sogno il brusio dei ragazzi a cui le mie orecchie erano abituate, i rumori dei banchi smossi, le risate, gli intercalari in dialetto siciliano, “Ma chi sì scimunitu’? Chi dicisti? Chi aviamu a studiari stu jornu?” e, soprattutto, sentivo il suono della campanella che mi ha accompagnato per molto tempo della mia vita.
“Coraggio! - mi dissi – entra nella tana del lupo!” A questo punto mi svegliai e ringraziai il cielo che il mio fosse stato solo un sogno.
Avevo paura! avevo paura di fare una cosa che avevo fatto per anni, giorno dopo giorno; entrare in classe, trovare dei ragazzi che aspettano chiacchierando, sedermi fra i banchi o in cattedra ed immergermi nel clima scolastico.
Mio marito mi prese in giro quando ascoltò il mio sogno ma io capii che avrei dovuto tirar fuori dal cassetto della memoria i ricordi della mia vita svoltasi in gran parte in ambiente scolastico, dovevo affrontare le mie esperienze tirandole fuori dal limbo in cui le avevo nascoste, dovevo in qualche modo ripescarle e giudicarle.
In fondo - mi dicevo - non ho particolari nostalgie né risentimenti. Gli anni di studio e di carriera scolastica mi sono scivolati addosso come acqua che scorre veloce. Le tracce lasciate dallo scorrere degli anni sono, ahimé, ben visibili ed hanno contribuito a formare l’involucro del corpo entro cui mi trovo costretta, ma lo spirito, il mio spirito, è ben fuori da questo involucro, è libero di vagare nella vasta area della fantasia o di rinchiudersi come un riccio nel ricettacolo che ha voluto costruirsi.
A volte mi sono chiesta come fare per lasciare un mio ricordo ai posteri, come uscire dall’anonimato per dire: C’ero anch’io in quegli anni! C’ero, vivevo, sognavo, agivo, esattamente come i giovani e le donne di adesso, quelle che frequentano la scuola, che sono alle prese con i figli, con i familiari, con il lavoro, che cercano un’intesa con il coniuge o che, rifiutando di intendersi, tirano i loro remi in barca.
Non voglio essere congelata con le mie memorie. Mi piacerebbe tirarle fuori e farle rivivere, anche se non potrò mai parlare di esse in modo fedele e nitido, ma solo per il piacere di mostrare a me stessa ed agli altri che vivere in un certo modo in una terra come la Sicilia è stata e sarà una grossa scommessa e che la mia generazione, tutto sommato, può essere definita come una generazione di passaggio, di preparazione, di attesa di eventi, che poi sono proprio quelli di oggi.
Il mio rapporto con i libri è avvenuto molto presto. Seduta sulla scala di casa, cerco di decifrare gli scritti di un sillabario e chiedo alla mamma spiegazioni sui segni di scrittura. Ho poco più di tre anni e la mia curiosità del mondo comincia a mostrarsi.
Papà è orgoglioso di me e lo si vede abbondantemente nelle foto sbiadite dell’epoca. Un giovanotto che indossa ampi pantaloni e camicia a sbuffo dà la mano ad una bambina dal vestitino arricciato in vita e con tanti fiorellini sul capo.
Sono i tempi della ripresa dopo il duro periodo della guerra. Nella mia città c’è ancora molta povertà, ma la speranza che qualcosa sta per cambiare spinge la gente a cercare nuove vie di ripresa economica, nuovi traffici per i commerci e, soprattutto, si comincia ad intuire che la cultura può formare degli individui liberi e capaci di giudicare senza paraocchi.
La scuola, ancora rigidamente divisa in maschile e femminile, offre la possibilità di ripresa. Questo aveva intuito mia madre che ha speso tutta se stessa per far studiare i suoi figli.
Durante i miei tredici anni di vita, mi si materializzarono, senza che me ne rendessi conto, ben quattro fratelli; ad uno ad uno si univano al resto della famiglia e vi si insediavano in pianta stabile. Una cosa non avevo in comune con loro, ero più grande e femmina, mentre loro erano più piccoli, maschi e poco portati per la scuola.
Mi toccò fare da mamma, accudirli e seguirli negli studi, cosa che facevo anche volentieri, perché sin da piccola ho sentito mio il doppio ruolo dell’allieva e dell’insegnante.
Nella ricostruzione dei miei ricordi vedo un mondo scolastico lontano e privo di vita, un grosso edificio con tante bambine che indossano grembiuli neri, una maestra dai capelli brizzolati legati dietro a crocchia, anche lei con un grembiule lucido nero, banchi enormi tinti di grigio con davanti il buco per il calamaio e l’incavo per la penna con il pennino e tante ragazzette attorno a me pronte a proteggermi perché ero la più piccola di tutte loro.
Arrivavano a casa mia al mattino in quattro o cinque, aspettavano con pazienza che mia madre finisse di imboccarmi una poltiglia di pane e latte che io tenevo in bocca con disgusto senza riuscire a mandare giù i bocconi che lei, imperterrita, continuava a porgermi scendendo giù fino in fondo alle scale, mentre mi gridava di spirugliarmi, fare presto, inghiottire senza troppe storie, perché aveva gli altri bambini da accudire.
Ricordo ancora il sapore di quel pane e latte. In casa non avevamo caffè, cioccolata o altro che potessero correggere il sapore di quella pappetta bianca e quasi sempre fredda che ingoiavo come una medicina, una cosa che si doveva fare obbligatoriamente e senza tante storie. Ad ogni minima disattenzione da parte di mia madre, cercavo di nascondere il contenuto della poltiglia masticata e rimasticata tra le piante grasse poste sulla scala e sognavo un mondo senza pane e latte, un mondo di cioccolata, gelati e grosse caramelle alla frutta.
Quando dormivo dalla zia Nicoletta, il latte aveva il sapore del caffé d’orzo che la zia abbrustoliva in una grossa padella affumicata e che poi macinava con un vecchio ed annerito macinino da caffé. Ma era sempre un sapore più buono di quello del latte tutto bianco, dove la panna si appiccicava come un velo rugoso proprio sopra i pezzetti di pane duro, quasi sempre residui della cena precedente.
E dalla zia Nicoletta c’era pure la possibilità di avere dei biscottini mescolati al pane. Si chiamavano “pastini”, erano semplici biscotti quadrati da latte che si vendevano a peso, in cartocci di carta. La zia mi mandava a comprarli in un negozietto di alimentari proprio vicino a casa sua e mi raccomandava di stare ben attenta al peso perché la signora Maria aveva l’abitudine di imbrogliare la gente.
Alle elementari ci arrivai per caso un giorno di ottobre, quando già l’anno scolastico era iniziato ed io mi annoiavo sui gradini della scala e desideravo andare a scuola, una vera scuola e non quello stupido asilo che non aveva stimoli da offrirmi.
Avevo quasi cinque anni quando Elvira, figlia dell’ inquilina del pianterreno della nostra casa di corso Umberto, mi prese per mano e disse a mia madre che mi avrebbe accompagnata a scuola. “Signura Tina, - disse - iu portu la picciridda di lu diretturi e la fazzu leggiri. Viremu chi dici!”
Mia madre si mise a ridere, non credeva che una ragazzina potesse riuscire in quella che lei riteneva una impresa azzardata. Elvira aveva già finito la quinta elementare, si sentiva matura e pensava di conoscere bene la scuola e l’ambiente scolastico, mentre mia madre aveva una specie di soggezione delle persone che non conosceva, non voleva “levari lu cappeddu”, cioè disturbare nessuno.
Entrammo, io piccoletta ed Elvira che mi teneva per mano, nello studio del direttore Messina. Dal tavolo ingombro di libri e carte, il direttore prese un libro e mi disse di leggere; io ubbidii e lessi una intera pagina senza mai fermarmi ed anzi cercando di fare del mio meglio per dimostrare che capivo il contenuto del discorso.
A questo punto il direttore mi regalò dei confetti che erano lì sul tavolo, residuo di chissà quale matrimonio, poi chiamò una bidella e le disse di far venire in presidenza la maestra Pavia.
Mi fece ancora leggere davanti alla maestra poi le disse di portarmi con lei nella sua classe. La maestra Pavia non avrebbe voluto. Questa bambina è troppo piccola e mi darà dei problemi, pensava, ma non osò contestare le parole del suo direttore, mi prese per mano e mi portò con lei. Insegnava in una seconda classe ed io, rispetto alle ragazzine di sette anni che erano perfettamente scolarizzate e sapevano cosa vuol dire frequentare la scuola, ero uno scricciolo. Se non va bene, glielo dico subito, pensò. E’ una bambina da asilo, non può rimanere in seconda.
Invece ci rimasi, accolta con entusiasmo dalle compagne che, vedendomi piccola ed indifesa, decisero di proteggermi e curarmi.
Il sapore del pane e latte mangiato prima di recarmi a scuola, le compagne di scuola che attendevano in strada, gli inquilini della casa della nonna che abitavano nella nostra stessa casa e condividevano con noi la scala, anzi abitavano la scala, vista come luogo di ritrovo soprattutto d’estate, quando ci si sedeva per trovare un po’ di fresco e si aspettava di riempire l’acqua nella fontanella che stava nell’entrata, i miei perché, le mie attese, i miei pochi giochi di bambina che non sa che farsene delle bambole, considerate inutili e senza vita e cerca invece altre risposte nel mondo dei libri e degli adulti, è questa la mia infanzia.
Leggevo molto, ma fuori della scuola. Presi l’abitudine, quando ero ancora molto piccola, potevo avere sei o sette anni, di recarmi presso la Biblioteca comunale per chiedere in prestito dei libri adatti alla mia età. Non ricordo chi mi spinse a fare questo, forse qualche vicino di casa o la maestra, qualche grande certamente dovette accompagnarmi per la prima volta nel grande edificio dei Cavalieri di Malta dove era ubicata la biblioteca cittadina. Da sola attraversavo il Corso Umberto dove abitavo, tagliavo diagonalmente piazza Mokarta e poi su fino al maestoso palazzo, costeggiando la villa comunale.
Salivo le grandi scale e dopo aver bussato, aprivo timorosa la grande porta marrone della stanza dove era situata la biblioteca. In fondo, dietro ad un lunghissimo tavolo rettangolare, in mezzo a pile di libri e giornali ancora piegati con l’etichetta appiccicata sopra, c’era la signorina La Malfa.
Piccola, con grossi occhiali da miope e con l’aria seria della studiosa che conosce tante cose perché è in stretto contatto con il Sapere , la signorina La Malfa mi accoglieva come una persona adulta. Dall’altra parte del tavolo, su cui arrivavo a malapena, con un filo di voce dicevo: “Vorrei qualche libro da leggere.” Lei chiedeva allora, a me bambinetta inesperta di tutto, se avevo idea di cosa leggere ed io rispondevo che volevo vedere le copertine dei libri.
Mi teneva un po’ sulle spine la signorina La Malfa, spesso mi lasciava là ad aspettare che finisse i suoi lavori, là davanti al suo tavolo, in attesa. Quando finalmente si decideva a chiudere l’ultimo libro che stava registrando, trotterellava fino a me con l’aria di chi viene distolta per capriccio dal compiere un lavoro serio ed importante, mi veniva accanto e mormorava: “Avanti, andiamo a prendere questi libri!”
Era tanto allora il mio disagio che desideravo non essere mai andata fin lì, ma la mia voglia di tuffarmi nel mondo incantato della lettura mi faceva superare ogni ostacolo ed allora le andavo dietro seguendo i suoi passettini e guardandomi intorno con un muto ossequio al mondo della cultura che lei si accingeva a dischiudermi. Superavamo il corridoio della storia, quello della letteratura, della scienza, e finalmente mi conduceva nel mio regno, quello dei libri per ragazzi. Sceglieva la chiave giusta da un enorme mazzo che teneva nella tasca del grembiule nero (Chissà perché allora le donne avevano tutte grembiuli neri!) ed apriva finalmente i lucchetti degli scaffali di ferro dove c’era un mondo incantato tutto da scoprire. Mi perdevo dietro i titoli dei libri: La piccola pattinatrice, La piccola fioraia, La piccola Cenerentola, La principessa sul pisello…. Tutto serviva a solleticare la mia fantasia, sognavo principi azzurri e fate turchine. La signorina mi consigliava di leggere questo o quel libro e mi faceva apporre la firma per esteso nei suoi grossi registri.
Se chiudo gli occhi riesco ancora ad avvertire quel forte odore di polvere che formava un tutt’uno con la signorina La Malfa, mentre lei, la signorina, non era per me una persona vera, ma un arredo di quell’enorme stanza, era un libro antico, un giornale, un bollettino. Non ho mai capito se allora era giovane o già vecchia, se aveva una sua vita o se rimaneva sempre là, con i libri e le riviste da mettere a posto, con il suo piccolo passo felpato e con la mano sulla bocca per farti fare silenzio.
Di libri ne ho letti tanti durante la mia infanzia e continuo a leggerne ancora, desiderosa di scoprire il lato fantastico della vita, la parte nascosta dell’essere umano che si inventa delle storie forse per fuggire dalla mediocre realtà.
Cos’è la cultura? Come si crea la cultura di una persona? Quanto peso riescono ad avere le attitudini personali, l’ambiente familiare, la scuola e tutto quanto ci circonda nel preciso momento storico della nostra crescita?
Se fossi nata alcuni anni prima sarei certamente cresciuta in modo diverso, avrei osannato il fascismo e avrei subito la guerra, qualche anno più tardi ed avrei goduto i privilegi del mondo computerizzato, avrei avuto una educazione più aperta e meno rigida di quella che mi sono ritrovata a subire. Ognuno ha la possibilità di godere il momento presente nel contesto in cui nasce e penso che, in qualsiasi situazione veniamo a trovarci, quello che conta è lo spirito con cui si affrontano le situazioni, l’amore per la vita, il desiderio di fraternizzare con quelli che stanno vivendo l’avventura insieme a noi.
Stavo per finire le elementari quando mia madre, parlando con una cugina maestra, seppe che non potevo sostenere gli esami di ammissione per la scuola media perché non avevo l’età. Occorreva infatti aver compiuto i dieci anni per poter frequentare le medie.
Per la prima volta nella sua vita mia madre abbandonò la sua caratteristica timidezza nei confronti delle persone di cultura e decise di andare a trovare a casa la Preside La Marca.
Era costei una istituzione nella nostra città. Piccola e grassa, incuteva timore solo a guardarla, figuriamoci poi se si metteva a gridare! Tremavano tutti, alunni, professori, bidelli. Bastava vederla spuntare da lontano per avere paura! “Signura,- disse a mia madre- la facissi iucari cu li bamboli, la picciridda!”
Così, invece di farmi giocare con le bambole, che proprio non mi piacevano, fu presa la decisione di farmi frequentare un altro tipo di scuola, l’avviamento professionale.
Non presi molto sul serio questo tipo di scuola, giocavo sui banchi e mi distraevo volutamente, mentre nel pomeriggio pensavo a prepararmi per sostenere l’esame di ammissione alla scuola media.
Il Collegio era, e rimane ancora, uno dei più belli edifici della città. Costruito dai Gesuiti in una piazza del centro storico di Mazara, univa al fascino del passato il gradevole passaggio delle giovani vite che si andavano formando fra le sue solide mura. Un cortile interno all’aperto e tante aule sotto i porticati , dove si correva, si faceva la ricreazione, si giocava, fino a quando non sentivamo tuonare la voce della Preside.
Il mio ingresso alle medie fu per i miei genitori come l’ingresso alla Università. Sentivo su di me gli occhi di mia madre orgogliosa di avere una figlia che studiava il latino, l’inglese, tutte cose che lei sconosceva!
“Siti granni, siti granni, ormai!”- ci disse la mamma di Pasana, una compagnetta di scuola dal nome complicato, la mattina del primo giorno di scuola. “Sono grande” - mi continuavo a ripetere da sola quando vedevo che mia madre aveva poco tempo da dedicarmi. “Tu si’ granni ! – mi diceva la mamma quando mi affibbiava i miei fratelli e mi diceva di farli studiare.
Per fortuna, avevo qualche compagna di scuola su cui fare affidamento. Caterina veniva prestissimo a casa mia dopo la scuola, mi aiutava a seguire i compiti dei miei fratelli, poi prendevamo per mano il piccoletto ed andavamo in giro per le vie della città.
La professoressa di lettere, carica di libri e registri, con i capelli raccolti a treccia appuntati dietro, vestita quasi sempre di grigio e di scuro, diritta, impettita ,ben consapevole del suo importante ruolo di insegnante, arrivava nella piazza dove noi ragazzine chiacchieravamo aspettandola e ripassando gli ultimi argomenti delle lezioni. Ripetevamo a memoria le poesie che lei ci aveva assegnato e parteggiavamo per i personaggi dell’Iliade, Ettore, Achille, il povero Patroclo…
Non protestavamo per i troppi compiti, gli interminabili esercizi di analisi logica ci servivano per stare insieme e chiacchierare, scrivevamo pagine e pagine di esercizi, nome, genere, numero e caso. Il latino diveniva la naturale conseguenza di quelle lunghe esercitazioni grammaticali che ci allenavano a comprendere la struttura del discorso.
Adolescenti si è tutto o niente, ci si sente padroni del mondo o umili schiavi, si è distratti, ansiosi, protesi verso un futuro lontano. Cosa faremo? come si svolgerà la nostra vita?
Erano tempi di ripresa economica, di novità. Volevamo conoscere altre storie, altre situazioni ambientali e non restare legate al nostro piccolo mondo siciliano in cui ci sentivamo un po’ imbrigliate. Chi andava al Nord, magari per una semplice gita, raccontava situazioni fantastiche, c’era più libertà, i ragazzi e le ragazze uscivano insieme la sera, andavano a ballare senza i genitori, si divertivano, e noi qui su e giù per il corso a gettare qualche occhiata ai ragazzi ed a sognare avventure impossibili.
Un giorno mia madre mi portò in casa di una signorina che faceva parte di quel mondo di cultura da lei ammirato tanto e che scriveva poesie; mi costrinse a leggere una poesiola che avevo scritto in occasione della morte della nonna. Era una poesia con le rime, di tipo pascoliano, che faceva “oh, nonna, nonna raccontami ancora le novelle…”; un po’ come nella “Cavallina storna”, quando la madre del poeta interroga la cavallina sulla fine del marito, io interrogavo il cielo sul perché la nonna era morta così prematuramente. La mamma era orgogliosa della mia vena poetica ed ogni tanto mi chiedeva :poesie ne scrivi più?
La signorina Signorino, che viveva da sola in una casa proprio di fronte alla mia, sempre vestita di scuro per non so quale lutto, piccola di statura con capelli lunghi fino al collo di un colore indefinibile ed un incredibile naso che finiva a punta e le dava un aspetto da strega cattiva, mi sorrise mostrando una bocca sdentata e gengive rossastre mentre io, al culmine dell’imbarazzo, fui quasi costretta a leggere la mia poesia. Capì certamente che avevo voluto emulare qualche poeta studiato a scuola ma mi incoraggiò lo stesso a continuare a scrivere.
Lei si riteneva una brava poetessa e fu con orgoglio e commozione che volle mostrarmi due grossi quaderni dalla copertina nera su cui erano scritte a mano le sue poesie .
Ci fu per me anche una tentazione religiosa. In un periodo di attesa, quando tutto attorno a me sembrava essere una preparazione del futuro, cercavo la mia strada fra le poche cose che potevo aver modo di conoscere e di assaporare. Frequentavo la chiesa ed ero iscritta all’Azione Cattolica, ascoltavo convinta le lezioni di catechismo ed amavo fare gli esercizi spirituali, che mi davano modo di riflettere e scrivere dei pensieri sul mio diario.
La chiesa mi dava sicurezza, il silenzio della grande navata centrale della nostra Cattedrale mi faceva sentire bene e poi l’odore d’incenso, i canti alla Madonna, le lunghe recite di rosari, mi procuravano delle belle sensazioni di pace. Dicevo alle mie compagne di aver visto un personaggio enorme, forse Dio, che scrutava dalla cupola interna, ma nessuno mi prestava attenzione.
Fui molto impressionata dal fatto che una giovane insegnante di catechismo, ad un certo punto della sua vita, volle andare a chiudersi come monaca di clausura nella chiesa di San Michele. La signorina Passalacqua scomparve dalla circolazione. Chiusa nel convento, pregava e faceva dolci con le sue consorelle, “i muccunetti”, la cui ricetta è ancora un segreto delle suore. Ma chi glielo aveva fatto fare? E se anch’io facessi così? mi dissi una volta, ma solo una volta, perché questo tipo di vocazione non faceva parte della mia natura.
A me piaceva l’amore e la famiglia, guardavo i ragazzi e mi piaceva molto essere ammirata. E poi, notavo, non ho voglia di divenire una signorina mummificata come quelle che bazzicano troppo la chiesa. Io desidero vivere e godere tutti i momenti della mia vita, uscire da questo ambiente siciliano retrogrado e provinciale, conoscere altre realtà stimolanti e, soprattutto, trovare un lavoro che possa rendermi indipendente economicamente.
La scuola poteva darmi la possibilità di realizzare i miei sogni.
Giocavo sotto i banchi con minuscole carte da gioco e ridevo per nulla nella classe mista ginnasiale dove la professoressa di latino e greco se ne stava sempre seduta in cattedra senza mai fare una scorribanda fra i nostri banchi.
C’era una punta di cattiveria in noi ragazzi quando parlavamo della nostra insegnante, soprattutto per via del suo aspetto pesante, tutto d’un pezzo, come in alto così in basso, e per i suoi capelli diritti di un colore grigio - biancastro, tagliati con una tazza, dicevamo.
Durante la ricreazione la osservavamo da lontano mentre tirava fuori da una grossa borsa un cartoccio con del pane e un pezzo di formaggio pecorino, faceva un po’ di spazio sul tavolo della sala professori allontanando da sé i registri ed i compiti in classe e si metteva a mangiare di gusto. Noi ragazzi, attenti alle sue mosse, la spiavamo dal corridoio e commentavamo ridendo i suoi gusti alimentari ed i suoi forti odori personali, che sapevano di sudore rappreso e di formaggio.
Siccome la signorina abitava vicino casa mia, io informavo i compagni sulle sue mosse e per un certo periodo la seguimmo da lontano, curiosi di carpire i suoi segreti e scoprire cosa facesse di pomeriggio. Non c’era verso, andava da casa in chiesa e dalla chiesa in casa.
Il preside del Liceo ginnasio “G.G. Adria” era un sacerdote, noto per la sua severità ed intransigenza.
Chiuso in una lunga tonaca nera, girava per i corridoi della scuola attento a mantenere l’ordine e la disciplina. Al mattino si faceva trovare in cima alla scalinata, diritto ed impettito, attento a controllare il nostro aspetto esteriore, i vestiti, i capelli, tutto doveva essere nella perfetta norma. Aveva fatto fare dei buchi nelle porte delle classi attraverso cui era solito spiare il comportamento di alunni e professori. Tutti temevano l’occhio del preside appiccicato a quel buco e nessuno voleva farsi trovare colpevole.
Il Liceo classico Gian Giacomo Adria era conosciuto in provincia per il tipo di educazione rigida e seria che vi veniva impartita e gli insegnanti erano soliti mantenersi staccati dagli alunni, quasi in un’altra dimensione. Un professore di greco trattava noi quattordicenni e quindicenni da adulti dandoci rigorosamente del lei ed ostentando dei modi affettati e cortesi che ci facevano tanto ridere. Aveva la mania del parlare forbito ed, entrando in classe, ci diceva subito: Comodi, comodi. Noi ripetevamo: comodino, comodino.. Era tutto un gioco di parole che ci faceva divertire tanto, con quel tipo di risatine leggere, per nulla maligne, fatte di parole sussurrate fra i banchi tra una traduzione e l’altra, mentre Natale fingeva di soffiare con forza il naso e, parandosi dietro un grosso fazzoletto, faceva delle gran pernacchie.
Nelle classi liceali un altro prete ci insegnava latino e greco. Con l’incoscienza dell’adolescenza facevamo i nostri comodi sotto i banchi e fingevamo di ascoltare lui che leggeva i suoi appunti, scritti fitti fitti su foglietti volanti.
“Si carta cadit…” - dicevamo ridendo, convinti che il professore non avrebbe avuto proprio niente da dire senza i suoi preziosissimi fogli .
Le nostre interrogazioni con questo professore erano scandite con grande regolarità e pertanto potevano essere tranquillamente programmate. Egli interrogava seguendo il calendario e dandoci la possibilità di segnare le date sui nostri quaderni in modo che potevamo conoscere in anticipo il giorno in cui saremmo stati interrogati e perfino i voti che ci assegnava.
“Professore, secondo lei, il destino esiste? “Gino, il ragazzo più bravo della classe, esordiva così quando arrivava in classe il professore di storia e filosofia e noi non avevamo studiato la lezione. Non ci interessava proprio nulla del destino e delle complessità dell’animo umano, volevamo soltanto far passare l’ora senza impegnarci con la mente.
Il professore parlava e parlava, mentre noi fingevamo di ascoltare interessati. Conoscevamo le paginette di lezione in modo meccanico senza osare mai fare agganci o riferimenti e senza capire i codici interni delle varie materie, né il loro possibile uso al di fuori della scuola. Imparavamo a memoria le date delle battaglie e ripetevamo a pappagallo i concetti di filosofia servendoci di frasi fatte ed espressioni usate dai professori.
La nostra era un’età in cui ci si appassiona alle piccole cose, in cui si crede di essere furbi, capaci di affrontare il mondo con il minimo sforzo, ma è anche l’età dei dubbi, delle incertezze, del non dormire la notte se qualcuno ci tratta male, l’età dei grandi entusiasmi e delle altrettanto grandi delusioni.
Quanto ho odiato il professore di fisica!
Entrava in classe portandosi dietro una grossa e tonda pancia, ci costringeva, anche d’inverno, a stare con la finestra aperta perché, diceva, un po’ d’aria fresca vale quanto una fetta di carne, e poi cominciava a scorrere il dito sul registro per le interrogazioni. Quando pronunciava il mio cognome, mi sentivo morire. Non riuscivo a soddisfare le sue aspettative perché mi ripeteva insistentemente che non capivo la fisica e per quanti sforzi avessi potuto fare, non avrei mai e poi mai potuto avere dei risultati soddisfacenti.
Era un periodo in cui il tempo passava lentamente, protesi verso il futuro ci sentivamo come passeggeri di un aereo in attesa di imbarco.
Quando arrivò il momento dell’esame di maturità, ci rendemmo conto di essere molto ignoranti e di non avere alcuna cognizione degli argomenti che fingevamo di avere studiato.
Studiai molto e finalmente mi resi conto di come i fatti storici erano tutti collegati fra loro e di come esistesse un legame fra le varie discipline che eravamo abituati a vedere in modo staccato, a seconda del professore che l’insegnava. Riuscii a cavarmela abbastanza bene con gli esami di maturità ma alcuni miei compagni furono costretti a ripetere l’anno.
Eravamo pronti per festeggiare. L ‘appuntamento con i compagni era in piazza, presso il bar che faceva il miglior gelato della città. I bocciati avevano preso la cosa con filosofia, dopotutto si trattava di guai rimediabili, un anno in più al Liceo e la possibilità di rimediare più tardi, quando saremmo stati tutti quanti alle prese con le materie universitarie.
Ridevamo contenti e facevamo progetti per il futuro. Finalmente andremo via da Mazara, ci dicevamo. Palermo, Bologna Firenze, grandi città, grandi ambizioni, pochi soldi e tanta voglia di riscatto.
Dall’altro lato della piazza vedemmo spuntare il professore di fisica. “Cosa ha da gesticolare tanto? – disse Enza, quella che aveva più feeling con il professore perché innamorata della fisica - sembra che voglia dirci qualcosa!” - “Lascialo perdere, - feci io - ormai di lui me ne frego!” - “E invece ci chiama, ci vuole dire qualcosa! – replicò Enza - io vado a vedere!”. Andammo incontro al professore e in quel preciso momento andammo incontro al primo grande dolore della nostra giovane vita. Il nostro compagno Simone era morto qualche ora prima in un gravissimo incidente. Voleva festeggiare la fine degli esami ed era salito in macchina con altri due ragazzi. Il guidatore, molto inesperto, aveva fatto una manovra sbagliata e la macchina era finita in un burrone, causando la morte del ragazzo che sedeva accanto all’autista .
Non riuscivamo a piangere, non sapevamo ancora piangere per seri motivi. Ricordavamo solo l’allegria di Simone, il suo sorriso, le sue battute di spirito, il suo primo innamoramento.
L’università ci sembrò allora l’unico modo per fuggire anche da questo brutto episodio, via dai ricordi, via dalle chiacchierate in piazza, lontani dal piccolo mondo che fino ad allora ci era sembrato piacevole.
Io e la scuola. Cosa è stato per me il periodo universitario?
A Firenze dove abitava una mia zia, con il libretto che denunciava le mie radici siciliane, ebbi modo di rendermi conto del profondo razzismo che esisteva nei riguardi dei meridionali, eravamo diversi dagli altri, non parlavamo bene, non conoscevamo i fatti politici o l’attualità del momento.
Durante il primo anno di università finii col sentirmi molto ma molto ignorante, ascoltavo le lezioni dei professori lontani anni luce dagli studenti e mi sentivo nessuno.
Ci fu un freddo cane quell’anno che vedeva il mio esordio all’università e la zia, che abitava in una caserma adibita ad abitazione con grandi stanze e solo due stufe a legna, fece di tutto per rendere piacevole il mio soggiorno a casa sua.
Io però cominciai a soffrire di nostalgia per la mia terra e per il ragazzo che mi aveva fatto battere il cuore. Capii che il nord non faceva per me e così, quando il professore di storia romana mi disse che le ragazze meridionali avevano ancora molto da imparare per diventare come tutte le altre, presi la decisione di ritornare in Sicilia.
Sentivo che non sarei potuta diventare spigliata e disinvolta come le ragazze del nord; le mie inclinazioni letterarie erano veramente ridicole al confronto degli altri studenti, avevo un certo bagaglio (si dice così?) culturale ma non bastava a fare di me una persona preparata a cavarsela in ambienti diversi da quelli in cui ero cresciuta .
Quelli erano gli anni dei fermenti universitari, delle assemblee, delle proteste, che io non capivo e per cui provavo solo indifferenza.
Ero più presa dal mio modo di essere, dai miei sentimenti, dal mio forte modo di interiorizzare ciò che leggevo, tanto che finivo con l’identificarmi con i poeti che in ogni tempo avevano cantato l’amore, quello con la A maiuscola, e non provavo interesse per ciò che mi portava a riflettere su cose diverse dal mio io più riposto.
Finita l’esperienza fiorentina, feci ritorno nella mia città natia e frequentai l’università a Palermo dove mi recavo in treno ogni volta che dovevo sostenere degli esami.
I tempi andavano cambiando, vivevamo un po’ meglio, qualche vestito in più e piccole soddisfazioni nella nostra vita di giovani di periferia.
Un pomeriggio, incontrando le mie vecchie compagne di scuola, ora colleghe universitarie, dissi loro che eravamo cresciute male senza impegni veri, senza interessi, pochi discorsi seri fra noi, solo chiacchiere stupide.
Cominciavo ad avvertire un forte desiderio di cambiamento, avrei voluto fare qualcosa per migliorare la situazione della mia città ma non avevo idea di cosa fare.
Dopo la laurea in lettere moderne, cominciai subito a cercare lavoro. L’insegnamento mi sembrò l’unica strada da percorrere.
Va bene, farò l’insegnante. Mi siederò in cattedra davanti a ragazzi, che poi sono un po’ come i miei fratelli che ho accudito da sempre, e spiegherò le lezioni.
Ma quali lezioni? In che cosa consiste il mio sapere? Per quanto cercassi nei più riposti angoli del cervello, non credevo di avere un sapere nascosto. La mia preparazione scolastica era tutta lì, conoscevo la grammatica italiana, sapevo formulare dei bei periodi scritti (a parlare me la sono sempre cavata a fatica), sapevo il latino, belle poesie a memoria (compresi interi canti della Divina Commedia che ci avevano fatto studiare all’Università), e avevo un po’ intuito il cammino dell’uomo attraverso i secoli, le scoperte, le religioni, le tradizioni popolari. Niente di più. Poteva bastare tutto questo a definirmi un’insegnante? Entro quale modello avrei potuto scivolare?
Più pensavo ai miei insegnanti però e più capivo che avrei dovuto comportarmi in modo completamente diverso. Si, ma come?
Mi rivedo giovane e sprovveduta affrontare, come supplente di pochi giorni, una classe di alunni di scuola media.
Soggezione e paura di fronte a ragazzini che chiacchierano incuranti di me e dei miei tentativi di instaurare un dialogo.
Non sapevo come si facesse ad insegnare o, per lo meno, a trasmettere delle conoscenze. La grossa preside La Marca tuonava ancora nei corridoi della nuova scuola ed io mi sentivo piccola ed inerme come gli scolari che parcheggiavano tra i banchi.
Sono impreparata a svolgere un lavoro così impegnativo, ho bisogno di conoscere strategie di lavoro, sapere cosa bisogna fare per far apprendere meglio le conoscenze agli alunni, mi piacerebbe imparare a fare capire ai ragazzi la bellezza del conoscere, continuavo a ripetermi.
Prima nomina a tempo indeterminato in un paesino della provincia di Parma, Borgo Val di Taro. Mi getto nella mischia, farò quello che posso.
Saverio, mio marito, che ha emigrato nella zona di Parma prima di me, mi spiana la strada facendomi conoscere la gente del posto e, soprattutto, altri insegnanti che possono aiutarmi ad inserirmi.
“Sei siciliana?” mi chiedono dopo avermi sentito parlare ed io odio il mio accento siculo e la mia aria così fortemente provinciale.
Vorrei essere emiliana anch’io, parlare come loro, pronunciare la C in modo dolce senza quella pesantezza che avverto ma che non so togliere dalla mia pronuncia. E poi quella brutta S che mi esce così male ed il verbo finale nelle frasi interrogative, perché continuo ad usarlo?
Cerco di accattivarmi le simpatie dei ragazzi emiliani parlando di me, della mia vita, so che gli alunni sono sempre tanto curiosi e vogliono conoscere tante cose dei loro insegnanti. Le ragazze, soprattutto, ti chiedono se hai un marito, da quanto tempo sei sposata e commentano fra loro la tua vita privata. Vogliono sapere se in Sicilia sono tutti mafiosi e se ho mai visto una lupara, mi chiedono del mare e se è vero che non ho mai visto la neve.
La neve non l’avevo mai vista e non immaginavo neppure che si potesse trascorrere l’inverno con tanto freddo e poi la primavera con piogge continue, lunghe, monotone, che mi davano l’impressione di essere sempre bagnata.
Settembre nero, lo definimmo allora. Il ministro ci costrinse a fare dei corsi abilitanti riparatori per dare una parvenza di legalità alla professione di insegnanti senza professionalità. Per la prima volta presi fra le mani qualche testo di pedagogia e psicologia e compresi che, per insegnare, occorreva anche porsi degli obiettivi a medio o lungo termine e, soprattutto, era necessario conoscere e capire i problemi dei ragazzi nel loro attuale momento di crescita.
Frequentando il corso sentii parlare in pubblico di politica, di Cuba, della Palestina e di Israele. Sentii parlare di ideologie politiche, delle teorie del comunismo, della sinistra e dei problemi della nostra società. L’ambiente siciliano in cui avevo trascorso l’infanzia e la giovinezza non mi aveva dato alcuna formazione, la famiglia e la scuola non avevano saputo darmi gli stimoli necessari, ero vissuta in un grosso pantano culturale. Ora ero libera di scegliere e di orientarmi verso l’indirizzo che più ritenevo giusto.
Cominciai a leggere libri e giornali che mi illustrassero meglio la società, ascoltavo i programmi seri che la televisione ci propinava ma non riuscii ad appassionarmi alla politica né a prendere sul serio qualche ideologia culturale.
Ci sono delle riflessioni, delle elaborazioni mentali che vengono fuori solo nelle prime ore dell’alba, quando ci troviamo tra il sonno ed il risveglio, piacevolmente intorpiditi e però pronti ad affrontare la giornata che si appresta ad arrivare. Tanta voglia di fare, sperimentare, cercare soluzioni alternative per rendere meno monotono il mio lavoro di insegnante. Aprivo gli occhi e sapevo esattamente cosa avrei dovuto fare quel giorno in classe con i miei alunni.
Ne parlavo con le occasionali compagne di viaggio. Ne parlavo con la Bianca,
(proprio così, con l’articolo davanti al nome, come si usa fare nel Nord) ne parlavo mentre macinavamo chilometri per recarci a scuola, lei, la Bianca, insegnante di matematica ed io di lettere.
Quanto mi sono stati utili i suoi consigli! Ed ora che non c’è più, a tanti anni di distanza, mi vengono in mente i suoi tentativi di provincializzarmi, di settentrionalizzarmi, ricordo le storie della gente del posto che mi raccontava con abbondanza di particolari, le sue battute spiritose e quel modo tutto suo di arrotare la erre, allungare il suono delle vocali, parlare sorridendo e sorridere parlando.
Io la ammiravo e cercavo di imitarla, anche per quanto riguardava la gestione della casa, che lei sapeva tenere sempre pulita ed in ordine, mai una cosa fuori posto e sì che andavo a trovarla a tutte le ore del giorno!
Abitavamo nello stesso condominio, io al primo piano e lei al secondo ed era un viavai continuo sia mio che suo, giù e su, “Maria Grazia, mi tieni il bambino? Mi presti una cipolla?” ed io: Bianca, come si prepara la pasta al forno? Bianca, domani mi dai un passaggio? Bianca, stasera stiamo insieme a guardare la televisione
“La mia amica siciliana!”, diceva lei, ed a me sarebbe piaciuto molto acquistare un po’ del suo “savoir fare”, parlare e muovermi come lei che si mostrava sicura di sé e capace di organizzare al meglio la sua famiglia.
Mi sentivo molto portata verso le persone sensibili che avevano problemi affettivi e che riuscivano a comunicare nei compiti scritti il loro malessere. Chissà cosa ne è stato di Maura, una ragazzina di Albareto, che sapeva raccontarmi i suoi problemi con un linguaggio semplice ed incisivo! E quel ragazzino che scriveva di avere portato le mucche al pascolo la mattina presto prima di venire a scuola! si addormentava con la testa sul banco, distrutto dalla fatica e mentre i compagni ridevano, io dicevo loro di non disturbarlo perché si vedeva che era proprio stanco!
La nostalgia per la nostra terra ebbe la meglio ancora una volta, chiedemmo il trasferimento e, sia io che Saverio, mio marito, fummo trasferiti in provincia di Trapani.
Tornammo a riappropriarci della nostra realtà, ritrovai l’ambiente a me più congeniale perché era quello che mi aveva visto crescere, ritrovai la scuola, quella della mia giovinezza, anche se adesso era tutto diverso perché io mi trovavo dall’altra parte della barricata ed ero una persona matura.
Forse il termine “maturo” non è quello giusto, non si è maturi a trenta anni, non si è ancora completamente maturi neanche a quaranta anni, forse a cinquanta o a sessanta, se tutto va bene…
Orario delle lezioni: dallo otto e trenta alle dodici e trenta con un buco a seconda ora .Ed il giorno libero? Mi piacerebbe il sabato, se possibile. “Preside, ho bisogno di un’ora di permesso per accompagnare il bambino dal dottore! “Oggi pomeriggio c’è la riunione per i libri di testo, ci sono gli scrutini, gli esami, c’è la consegna dei registri, l’incontro con i genitori, ci sono mille cose da fare, forse è meglio che rimaniamo a scuola pure di pomeriggio, organizziamo i corsi pomeridiani e facciamo fare ai ragazzi varie attività, si potrebbe fare teatro, musica, folk, organizziamo la gita, vediamo, dove si potrebbe andare quest’anno?
Io voglio essere dalla parte dei giovani. Mi inserisco nei gruppi di lavoro e li stimolo ad inventare qualcosa che entusiasmi me e loro. Forse è meglio che sia io la più entusiasta in modo da coinvolgerli nel mio gioco. Potremo inventare insieme una recita, una drammatizzazione per la festa di fine anno, scriviamo il testo insieme, aggiungiamo le battute spontanee che vengono fuori così, a caso, a seconda l’estro del momento, mettiamo insieme un bel copione e assegniamo le parti.
“La scuola deve divenire un sistema in cui vari elementi interagiscono fra di loro, ognuno con le proprie competenze e peculiarità, quindi le varie diversità di età, di cultura, di approccio, non devono rappresentare un problema, ma una opportunità di scambio e di arricchimento.” I Decreti Delegati del 1974 sono stati scritti apposta per me. Voglio fare l’insegnante che sta dalla parte dei giovani, perché in fondo mi sento giovane anch’io, mi entusiasmo facilmente e sto sempre lì a far funzionare il mio cervello per far nascere un minimo di interesse anche nei ragazzi.
La scuola media in cui mi trovo ad insegnare è una fucina di idee.
La Preside della scuola in cui mi trovo ad insegnare mostra di essere un’ottima promotrice di eventi scolastici, sempre pronta alla sperimentazione delle nuove proposte; pungola e spinge i giovani insegnanti a fare sempre di più, sempre di più, in un crescendo di iniziative che a volte finiscono con il distruggerci.
“Preside, non ce la faccio ad uscire di casa alle tre del pomeriggio! Ho i miei tempi di digestione da rispettare!”
“Preside, con la compresenza di tre insegnanti di diversa disciplina nella stessa classe, non finiamo con il togliere del tempo all’insegnamento della grammatica italiana?”
Seguendo le nuove indicazioni del ministro, i nostri alunni sono più bravi di prima o li mandiamo alle superiori da ignoranti, nel senso che sanno fare altre cose ma si trovano ad ignorare la struttura della lingua, fondamento primo del nostro essere cittadini italiani?
I dubbi sono tanti. I colleghi delle Superiori, che non hanno vissuto i nostri travagli, lamentano la scarsa preparazione degli allievi che arrivano dalla nostra super dinamica Scuola media.
Andrò a verificare. Chiedo di passare alle Superiori. Qui ci sono ancora vecchi programmi, si studia la letteratura, la storia proprio come ai miei tempi, si mettono i voti e non i giudizi a cui avevo cominciato ad abituarmi alle Medie.
“L’alunno, serio e responsabile, ha mostrato un certo interesse per la disciplina, ma non sempre si è impegnato con costanza .” Voleva dire che il ragazzo non aveva voluto proprio studiare; non si poteva dire però chiaramente che un alunno era svogliato ed allora si inventavano delle belle frasi ad effetto dove la cosa si dice e non si dice anche per accontentare i genitori che facevano parte del consiglio di classe dato che la sovranità era stata distribuita a docenti e famiglia.
Alle Superiori mi riabituo al voto. Se un alunno sa scrivere bene posso anche dare l’otto o il nove. Che soddisfazione!
Gli anni volano veloci, poi anche alle Superiori avvengono i cambiamenti che avevo sperimentato pienamente nella scuola media.
Si comincia con il cambiare il registro. Nuovi spazi, righe bianche per scrivere il giudizio sugli alunni, verbali, incontri per disciplina, parole, parole, progetti finanziati , soldi per chi dimostra di aver fatto qualcosa in più del dovuto, litigi fra colleghi sulla spartizione della torta e tanta insoddisfazione.
Cambiano gli esami di maturità. Non posso più sperare di essere chiamata a fare la commissaria d’esami in qualche città del Nord dove, tutto pagato, posso permettermi un mese di quasi vacanza.
I miei alunni, futuri Periti meccanici, si comportano proprio come me quando ero studente. Una lezioncina stiracchiata studiata solo per accontentare l’insegnante, poca voglia di impegnarsi, poca voglia di approfondire, altri interessi da coltivare!
Dal canto mio, cerco di fare del mio meglio per svolgere il programma di letteratura e di storia, i cui argomenti sono tutti scritti lì, sulla prima pagina del registro, insieme alla presentazione della classe ed agli obiettivi finali!
Non vedo via d’uscita; mi sento delusa e stritolata da un sistema che non aiuta i giovani a crescere nel migliore dei modi ma anzi li spinge a non fare, tanto al diploma finale ci arriveranno tutti, prima o poi!
Mi convinco che solo il pensionamento potrà rendermi libera.
Se la scuola mi ha imprigionato, oggi mi si presenta l’opportunità di dare un grosso contributo alla mia libertà. Posso sganciarmi da un modo di pensare che altri hanno costruito per me, posso vedere sgretolare le mie vecchie convinzioni, posso buttare giù e ricostruire, distruggere e rifare, aprire la mia mente verso nuove azzardate conoscenze e, soprattutto, posso scoprire tutte le mie più nascoste potenzialità.
Qualche alunno mi incontra e mi sorride, ricorda che è stato mio alunno nella tal classe, con quei compagni che… Si, dico, ricordo bene l’espressione del tuo viso quando mi dicevi che eri impreparato, ricordo le cose che avrei voluto farti capire e che non hai capito, ma in fondo cosa importa?
Oggi lavori, hai una tua famiglia, sei realizzato, cosa importa avere o no saputo cosa diceva Foscolo ed i suoi problemi con i sepolcri, se era giusto o non era giusto seppellire i morti in chiesa o fuori della chiesa?
Cosa importa avere capito le alleanze palesi della prima guerra mondiale se il mondo si regge e si è sempre retto su alleanze segrete, nascoste, su meccanismi così complicati e tortuosi ideati da personaggi che hanno creato la storia mettendola in piedi a loro piacimento?
Niente è mai come sembra a prima vista. Molto spesso le parole vengono usate per nascondere altro, sono dei paraventi, delle cortine fumogene, servono a dare l’ illusione che le cose si svolgono in un certo modo quando invece la realtà è ben diversa.
Ho seguito un lungo cammino durante il corso della mia vita solo per ritrovare me stessa.
IO e LA SCUOLA
Nel sogno mi vedevo in un grande edificio dai lunghi corridoi deserti e silenziosi, completamente privi di suppellettili, una scuola non scuola senza alunni né insegnanti, un ambiente asettico e privo di vita. Giravo per i corridoi con i libri legati da un elastico ed un registro in mano, alla ricerca di una aula dove recarmi. Consapevole di avere già finito la mia carriera di insegnante e di essere in pensione, ma ancora nelle vesti di alunna come lo ero stata tanti anni prima, non saprei dire se per punizione o premio, mi toccava di dover tornare a scuola.
In quale ruolo? Ero scolara o insegnante? Ero lì per apprendere o per comunicare ciò che avevo appreso?
Bidelli a cui chiedere l’ubicazione dell’aula non ce n’erano, vagavo per i lunghi corridoi un po’ stizzita e per nulla contenta di dover tornare a scuola dopo un dorato dolce far niente.
All’improvviso, in fondo allo sgabuzzino per le scope, individuavo la mia aula. Aprivo la porta con un certo timore, non mi sentivo più sicura di me e della mia capacità di stare con i giovani, riconoscevo però nel sogno il brusio dei ragazzi a cui le mie orecchie erano abituate, i rumori dei banchi smossi, le risate, gli intercalari in dialetto siciliano, “Ma chi sì scimunitu’? Chi dicisti? Chi aviamu a studiari stu jornu?” e, soprattutto, sentivo il suono della campanella che mi ha accompagnato per molto tempo della mia vita.
“Coraggio! - mi dissi – entra nella tana del lupo!” A questo punto mi svegliai e ringraziai il cielo che il mio fosse stato solo un sogno.
Avevo paura! avevo paura di fare una cosa che avevo fatto per anni, giorno dopo giorno; entrare in classe, trovare dei ragazzi che aspettano chiacchierando, sedermi fra i banchi o in cattedra ed immergermi nel clima scolastico.
Mio marito mi prese in giro quando ascoltò il mio sogno ma io capii che avrei dovuto tirar fuori dal cassetto della memoria i ricordi della mia vita svoltasi in gran parte in ambiente scolastico, dovevo affrontare le mie esperienze tirandole fuori dal limbo in cui le avevo nascoste, dovevo in qualche modo ripescarle e giudicarle.
In fondo - mi dicevo - non ho particolari nostalgie né risentimenti. Gli anni di studio e di carriera scolastica mi sono scivolati addosso come acqua che scorre veloce. Le tracce lasciate dallo scorrere degli anni sono, ahimé, ben visibili ed hanno contribuito a formare l’involucro del corpo entro cui mi trovo costretta, ma lo spirito, il mio spirito, è ben fuori da questo involucro, è libero di vagare nella vasta area della fantasia o di rinchiudersi come un riccio nel ricettacolo che ha voluto costruirsi.
A volte mi sono chiesta come fare per lasciare un mio ricordo ai posteri, come uscire dall’anonimato per dire: C’ero anch’io in quegli anni! C’ero, vivevo, sognavo, agivo, esattamente come i giovani e le donne di adesso, quelle che frequentano la scuola, che sono alle prese con i figli, con i familiari, con il lavoro, che cercano un’intesa con il coniuge o che, rifiutando di intendersi, tirano i loro remi in barca.
Non voglio essere congelata con le mie memorie. Mi piacerebbe tirarle fuori e farle rivivere, anche se non potrò mai parlare di esse in modo fedele e nitido, ma solo per il piacere di mostrare a me stessa ed agli altri che vivere in un certo modo in una terra come la Sicilia è stata e sarà una grossa scommessa e che la mia generazione, tutto sommato, può essere definita come una generazione di passaggio, di preparazione, di attesa di eventi, che poi sono proprio quelli di oggi.
Il mio rapporto con i libri è avvenuto molto presto. Seduta sulla scala di casa, cerco di decifrare gli scritti di un sillabario e chiedo alla mamma spiegazioni sui segni di scrittura. Ho poco più di tre anni e la mia curiosità del mondo comincia a mostrarsi.
Papà è orgoglioso di me e lo si vede abbondantemente nelle foto sbiadite dell’epoca. Un giovanotto che indossa ampi pantaloni e camicia a sbuffo dà la mano ad una bambina dal vestitino arricciato in vita e con tanti fiorellini sul capo.
Sono i tempi della ripresa dopo il duro periodo della guerra. Nella mia città c’è ancora molta povertà, ma la speranza che qualcosa sta per cambiare spinge la gente a cercare nuove vie di ripresa economica, nuovi traffici per i commerci e, soprattutto, si comincia ad intuire che la cultura può formare degli individui liberi e capaci di giudicare senza paraocchi.
La scuola, ancora rigidamente divisa in maschile e femminile, offre la possibilità di ripresa. Questo aveva intuito mia madre che ha speso tutta se stessa per far studiare i suoi figli.
Durante i miei tredici anni di vita, mi si materializzarono, senza che me ne rendessi conto, ben quattro fratelli; ad uno ad uno si univano al resto della famiglia e vi si insediavano in pianta stabile. Una cosa non avevo in comune con loro, ero più grande e femmina, mentre loro erano più piccoli, maschi e poco portati per la scuola.
Mi toccò fare da mamma, accudirli e seguirli negli studi, cosa che facevo anche volentieri, perché sin da piccola ho sentito mio il doppio ruolo dell’allieva e dell’insegnante.
Nella ricostruzione dei miei ricordi vedo un mondo scolastico lontano e privo di vita, un grosso edificio con tante bambine che indossano grembiuli neri, una maestra dai capelli brizzolati legati dietro a crocchia, anche lei con un grembiule lucido nero, banchi enormi tinti di grigio con davanti il buco per il calamaio e l’incavo per la penna con il pennino e tante ragazzette attorno a me pronte a proteggermi perché ero la più piccola di tutte loro.
Arrivavano a casa mia al mattino in quattro o cinque, aspettavano con pazienza che mia madre finisse di imboccarmi una poltiglia di pane e latte che io tenevo in bocca con disgusto senza riuscire a mandare giù i bocconi che lei, imperterrita, continuava a porgermi scendendo giù fino in fondo alle scale, mentre mi gridava di spirugliarmi, fare presto, inghiottire senza troppe storie, perché aveva gli altri bambini da accudire.
Ricordo ancora il sapore di quel pane e latte. In casa non avevamo caffè, cioccolata o altro che potessero correggere il sapore di quella pappetta bianca e quasi sempre fredda che ingoiavo come una medicina, una cosa che si doveva fare obbligatoriamente e senza tante storie. Ad ogni minima disattenzione da parte di mia madre, cercavo di nascondere il contenuto della poltiglia masticata e rimasticata tra le piante grasse poste sulla scala e sognavo un mondo senza pane e latte, un mondo di cioccolata, gelati e grosse caramelle alla frutta.
Quando dormivo dalla zia Nicoletta, il latte aveva il sapore del caffé d’orzo che la zia abbrustoliva in una grossa padella affumicata e che poi macinava con un vecchio ed annerito macinino da caffé. Ma era sempre un sapore più buono di quello del latte tutto bianco, dove la panna si appiccicava come un velo rugoso proprio sopra i pezzetti di pane duro, quasi sempre residui della cena precedente.
E dalla zia Nicoletta c’era pure la possibilità di avere dei biscottini mescolati al pane. Si chiamavano “pastini”, erano semplici biscotti quadrati da latte che si vendevano a peso, in cartocci di carta. La zia mi mandava a comprarli in un negozietto di alimentari proprio vicino a casa sua e mi raccomandava di stare ben attenta al peso perché la signora Maria aveva l’abitudine di imbrogliare la gente.
Alle elementari ci arrivai per caso un giorno di ottobre, quando già l’anno scolastico era iniziato ed io mi annoiavo sui gradini della scala e desideravo andare a scuola, una vera scuola e non quello stupido asilo che non aveva stimoli da offrirmi.
Avevo quasi cinque anni quando Elvira, figlia dell’ inquilina del pianterreno della nostra casa di corso Umberto, mi prese per mano e disse a mia madre che mi avrebbe accompagnata a scuola. “Signura Tina, - disse - iu portu la picciridda di lu diretturi e la fazzu leggiri. Viremu chi dici!”
Mia madre si mise a ridere, non credeva che una ragazzina potesse riuscire in quella che lei riteneva una impresa azzardata. Elvira aveva già finito la quinta elementare, si sentiva matura e pensava di conoscere bene la scuola e l’ambiente scolastico, mentre mia madre aveva una specie di soggezione delle persone che non conosceva, non voleva “levari lu cappeddu”, cioè disturbare nessuno.
Entrammo, io piccoletta ed Elvira che mi teneva per mano, nello studio del direttore Messina. Dal tavolo ingombro di libri e carte, il direttore prese un libro e mi disse di leggere; io ubbidii e lessi una intera pagina senza mai fermarmi ed anzi cercando di fare del mio meglio per dimostrare che capivo il contenuto del discorso.
A questo punto il direttore mi regalò dei confetti che erano lì sul tavolo, residuo di chissà quale matrimonio, poi chiamò una bidella e le disse di far venire in presidenza la maestra Pavia.
Mi fece ancora leggere davanti alla maestra poi le disse di portarmi con lei nella sua classe. La maestra Pavia non avrebbe voluto. Questa bambina è troppo piccola e mi darà dei problemi, pensava, ma non osò contestare le parole del suo direttore, mi prese per mano e mi portò con lei. Insegnava in una seconda classe ed io, rispetto alle ragazzine di sette anni che erano perfettamente scolarizzate e sapevano cosa vuol dire frequentare la scuola, ero uno scricciolo. Se non va bene, glielo dico subito, pensò. E’ una bambina da asilo, non può rimanere in seconda.
Invece ci rimasi, accolta con entusiasmo dalle compagne che, vedendomi piccola ed indifesa, decisero di proteggermi e curarmi.
Il sapore del pane e latte mangiato prima di recarmi a scuola, le compagne di scuola che attendevano in strada, gli inquilini della casa della nonna che abitavano nella nostra stessa casa e condividevano con noi la scala, anzi abitavano la scala, vista come luogo di ritrovo soprattutto d’estate, quando ci si sedeva per trovare un po’ di fresco e si aspettava di riempire l’acqua nella fontanella che stava nell’entrata, i miei perché, le mie attese, i miei pochi giochi di bambina che non sa che farsene delle bambole, considerate inutili e senza vita e cerca invece altre risposte nel mondo dei libri e degli adulti, è questa la mia infanzia.
Leggevo molto, ma fuori della scuola. Presi l’abitudine, quando ero ancora molto piccola, potevo avere sei o sette anni, di recarmi presso la Biblioteca comunale per chiedere in prestito dei libri adatti alla mia età. Non ricordo chi mi spinse a fare questo, forse qualche vicino di casa o la maestra, qualche grande certamente dovette accompagnarmi per la prima volta nel grande edificio dei Cavalieri di Malta dove era ubicata la biblioteca cittadina. Da sola attraversavo il Corso Umberto dove abitavo, tagliavo diagonalmente piazza Mokarta e poi su fino al maestoso palazzo, costeggiando la villa comunale.
Salivo le grandi scale e dopo aver bussato, aprivo timorosa la grande porta marrone della stanza dove era situata la biblioteca. In fondo, dietro ad un lunghissimo tavolo rettangolare, in mezzo a pile di libri e giornali ancora piegati con l’etichetta appiccicata sopra, c’era la signorina La Malfa.
Piccola, con grossi occhiali da miope e con l’aria seria della studiosa che conosce tante cose perché è in stretto contatto con il Sapere , la signorina La Malfa mi accoglieva come una persona adulta. Dall’altra parte del tavolo, su cui arrivavo a malapena, con un filo di voce dicevo: “Vorrei qualche libro da leggere.” Lei chiedeva allora, a me bambinetta inesperta di tutto, se avevo idea di cosa leggere ed io rispondevo che volevo vedere le copertine dei libri.
Mi teneva un po’ sulle spine la signorina La Malfa, spesso mi lasciava là ad aspettare che finisse i suoi lavori, là davanti al suo tavolo, in attesa. Quando finalmente si decideva a chiudere l’ultimo libro che stava registrando, trotterellava fino a me con l’aria di chi viene distolta per capriccio dal compiere un lavoro serio ed importante, mi veniva accanto e mormorava: “Avanti, andiamo a prendere questi libri!”
Era tanto allora il mio disagio che desideravo non essere mai andata fin lì, ma la mia voglia di tuffarmi nel mondo incantato della lettura mi faceva superare ogni ostacolo ed allora le andavo dietro seguendo i suoi passettini e guardandomi intorno con un muto ossequio al mondo della cultura che lei si accingeva a dischiudermi. Superavamo il corridoio della storia, quello della letteratura, della scienza, e finalmente mi conduceva nel mio regno, quello dei libri per ragazzi. Sceglieva la chiave giusta da un enorme mazzo che teneva nella tasca del grembiule nero (Chissà perché allora le donne avevano tutte grembiuli neri!) ed apriva finalmente i lucchetti degli scaffali di ferro dove c’era un mondo incantato tutto da scoprire. Mi perdevo dietro i titoli dei libri: La piccola pattinatrice, La piccola fioraia, La piccola Cenerentola, La principessa sul pisello…. Tutto serviva a solleticare la mia fantasia, sognavo principi azzurri e fate turchine. La signorina mi consigliava di leggere questo o quel libro e mi faceva apporre la firma per esteso nei suoi grossi registri.
Se chiudo gli occhi riesco ancora ad avvertire quel forte odore di polvere che formava un tutt’uno con la signorina La Malfa, mentre lei, la signorina, non era per me una persona vera, ma un arredo di quell’enorme stanza, era un libro antico, un giornale, un bollettino. Non ho mai capito se allora era giovane o già vecchia, se aveva una sua vita o se rimaneva sempre là, con i libri e le riviste da mettere a posto, con il suo piccolo passo felpato e con la mano sulla bocca per farti fare silenzio.
Di libri ne ho letti tanti durante la mia infanzia e continuo a leggerne ancora, desiderosa di scoprire il lato fantastico della vita, la parte nascosta dell’essere umano che si inventa delle storie forse per fuggire dalla mediocre realtà.
Cos’è la cultura? Come si crea la cultura di una persona? Quanto peso riescono ad avere le attitudini personali, l’ambiente familiare, la scuola e tutto quanto ci circonda nel preciso momento storico della nostra crescita?
Se fossi nata alcuni anni prima sarei certamente cresciuta in modo diverso, avrei osannato il fascismo e avrei subito la guerra, qualche anno più tardi ed avrei goduto i privilegi del mondo computerizzato, avrei avuto una educazione più aperta e meno rigida di quella che mi sono ritrovata a subire. Ognuno ha la possibilità di godere il momento presente nel contesto in cui nasce e penso che, in qualsiasi situazione veniamo a trovarci, quello che conta è lo spirito con cui si affrontano le situazioni, l’amore per la vita, il desiderio di fraternizzare con quelli che stanno vivendo l’avventura insieme a noi.
Stavo per finire le elementari quando mia madre, parlando con una cugina maestra, seppe che non potevo sostenere gli esami di ammissione per la scuola media perché non avevo l’età. Occorreva infatti aver compiuto i dieci anni per poter frequentare le medie.
Per la prima volta nella sua vita mia madre abbandonò la sua caratteristica timidezza nei confronti delle persone di cultura e decise di andare a trovare a casa la Preside La Marca.
Era costei una istituzione nella nostra città. Piccola e grassa, incuteva timore solo a guardarla, figuriamoci poi se si metteva a gridare! Tremavano tutti, alunni, professori, bidelli. Bastava vederla spuntare da lontano per avere paura! “Signura,- disse a mia madre- la facissi iucari cu li bamboli, la picciridda!”
Così, invece di farmi giocare con le bambole, che proprio non mi piacevano, fu presa la decisione di farmi frequentare un altro tipo di scuola, l’avviamento professionale.
Non presi molto sul serio questo tipo di scuola, giocavo sui banchi e mi distraevo volutamente, mentre nel pomeriggio pensavo a prepararmi per sostenere l’esame di ammissione alla scuola media.
Il Collegio era, e rimane ancora, uno dei più belli edifici della città. Costruito dai Gesuiti in una piazza del centro storico di Mazara, univa al fascino del passato il gradevole passaggio delle giovani vite che si andavano formando fra le sue solide mura. Un cortile interno all’aperto e tante aule sotto i porticati , dove si correva, si faceva la ricreazione, si giocava, fino a quando non sentivamo tuonare la voce della Preside.
Il mio ingresso alle medie fu per i miei genitori come l’ingresso alla Università. Sentivo su di me gli occhi di mia madre orgogliosa di avere una figlia che studiava il latino, l’inglese, tutte cose che lei sconosceva!
“Siti granni, siti granni, ormai!”- ci disse la mamma di Pasana, una compagnetta di scuola dal nome complicato, la mattina del primo giorno di scuola. “Sono grande” - mi continuavo a ripetere da sola quando vedevo che mia madre aveva poco tempo da dedicarmi. “Tu si’ granni ! – mi diceva la mamma quando mi affibbiava i miei fratelli e mi diceva di farli studiare.
Per fortuna, avevo qualche compagna di scuola su cui fare affidamento. Caterina veniva prestissimo a casa mia dopo la scuola, mi aiutava a seguire i compiti dei miei fratelli, poi prendevamo per mano il piccoletto ed andavamo in giro per le vie della città.
La professoressa di lettere, carica di libri e registri, con i capelli raccolti a treccia appuntati dietro, vestita quasi sempre di grigio e di scuro, diritta, impettita ,ben consapevole del suo importante ruolo di insegnante, arrivava nella piazza dove noi ragazzine chiacchieravamo aspettandola e ripassando gli ultimi argomenti delle lezioni. Ripetevamo a memoria le poesie che lei ci aveva assegnato e parteggiavamo per i personaggi dell’Iliade, Ettore, Achille, il povero Patroclo…
Non protestavamo per i troppi compiti, gli interminabili esercizi di analisi logica ci servivano per stare insieme e chiacchierare, scrivevamo pagine e pagine di esercizi, nome, genere, numero e caso. Il latino diveniva la naturale conseguenza di quelle lunghe esercitazioni grammaticali che ci allenavano a comprendere la struttura del discorso.
Adolescenti si è tutto o niente, ci si sente padroni del mondo o umili schiavi, si è distratti, ansiosi, protesi verso un futuro lontano. Cosa faremo? come si svolgerà la nostra vita?
Erano tempi di ripresa economica, di novità. Volevamo conoscere altre storie, altre situazioni ambientali e non restare legate al nostro piccolo mondo siciliano in cui ci sentivamo un po’ imbrigliate. Chi andava al Nord, magari per una semplice gita, raccontava situazioni fantastiche, c’era più libertà, i ragazzi e le ragazze uscivano insieme la sera, andavano a ballare senza i genitori, si divertivano, e noi qui su e giù per il corso a gettare qualche occhiata ai ragazzi ed a sognare avventure impossibili.
Un giorno mia madre mi portò in casa di una signorina che faceva parte di quel mondo di cultura da lei ammirato tanto e che scriveva poesie; mi costrinse a leggere una poesiola che avevo scritto in occasione della morte della nonna. Era una poesia con le rime, di tipo pascoliano, che faceva “oh, nonna, nonna raccontami ancora le novelle…”; un po’ come nella “Cavallina storna”, quando la madre del poeta interroga la cavallina sulla fine del marito, io interrogavo il cielo sul perché la nonna era morta così prematuramente. La mamma era orgogliosa della mia vena poetica ed ogni tanto mi chiedeva :poesie ne scrivi più?
La signorina Signorino, che viveva da sola in una casa proprio di fronte alla mia, sempre vestita di scuro per non so quale lutto, piccola di statura con capelli lunghi fino al collo di un colore indefinibile ed un incredibile naso che finiva a punta e le dava un aspetto da strega cattiva, mi sorrise mostrando una bocca sdentata e gengive rossastre mentre io, al culmine dell’imbarazzo, fui quasi costretta a leggere la mia poesia. Capì certamente che avevo voluto emulare qualche poeta studiato a scuola ma mi incoraggiò lo stesso a continuare a scrivere.
Lei si riteneva una brava poetessa e fu con orgoglio e commozione che volle mostrarmi due grossi quaderni dalla copertina nera su cui erano scritte a mano le sue poesie .
Ci fu per me anche una tentazione religiosa. In un periodo di attesa, quando tutto attorno a me sembrava essere una preparazione del futuro, cercavo la mia strada fra le poche cose che potevo aver modo di conoscere e di assaporare. Frequentavo la chiesa ed ero iscritta all’Azione Cattolica, ascoltavo convinta le lezioni di catechismo ed amavo fare gli esercizi spirituali, che mi davano modo di riflettere e scrivere dei pensieri sul mio diario.
La chiesa mi dava sicurezza, il silenzio della grande navata centrale della nostra Cattedrale mi faceva sentire bene e poi l’odore d’incenso, i canti alla Madonna, le lunghe recite di rosari, mi procuravano delle belle sensazioni di pace. Dicevo alle mie compagne di aver visto un personaggio enorme, forse Dio, che scrutava dalla cupola interna, ma nessuno mi prestava attenzione.
Fui molto impressionata dal fatto che una giovane insegnante di catechismo, ad un certo punto della sua vita, volle andare a chiudersi come monaca di clausura nella chiesa di San Michele. La signorina Passalacqua scomparve dalla circolazione. Chiusa nel convento, pregava e faceva dolci con le sue consorelle, “i muccunetti”, la cui ricetta è ancora un segreto delle suore. Ma chi glielo aveva fatto fare? E se anch’io facessi così? mi dissi una volta, ma solo una volta, perché questo tipo di vocazione non faceva parte della mia natura.
A me piaceva l’amore e la famiglia, guardavo i ragazzi e mi piaceva molto essere ammirata. E poi, notavo, non ho voglia di divenire una signorina mummificata come quelle che bazzicano troppo la chiesa. Io desidero vivere e godere tutti i momenti della mia vita, uscire da questo ambiente siciliano retrogrado e provinciale, conoscere altre realtà stimolanti e, soprattutto, trovare un lavoro che possa rendermi indipendente economicamente.
La scuola poteva darmi la possibilità di realizzare i miei sogni.
Giocavo sotto i banchi con minuscole carte da gioco e ridevo per nulla nella classe mista ginnasiale dove la professoressa di latino e greco se ne stava sempre seduta in cattedra senza mai fare una scorribanda fra i nostri banchi.
C’era una punta di cattiveria in noi ragazzi quando parlavamo della nostra insegnante, soprattutto per via del suo aspetto pesante, tutto d’un pezzo, come in alto così in basso, e per i suoi capelli diritti di un colore grigio - biancastro, tagliati con una tazza, dicevamo.
Durante la ricreazione la osservavamo da lontano mentre tirava fuori da una grossa borsa un cartoccio con del pane e un pezzo di formaggio pecorino, faceva un po’ di spazio sul tavolo della sala professori allontanando da sé i registri ed i compiti in classe e si metteva a mangiare di gusto. Noi ragazzi, attenti alle sue mosse, la spiavamo dal corridoio e commentavamo ridendo i suoi gusti alimentari ed i suoi forti odori personali, che sapevano di sudore rappreso e di formaggio.
Siccome la signorina abitava vicino casa mia, io informavo i compagni sulle sue mosse e per un certo periodo la seguimmo da lontano, curiosi di carpire i suoi segreti e scoprire cosa facesse di pomeriggio. Non c’era verso, andava da casa in chiesa e dalla chiesa in casa.
Il preside del Liceo ginnasio “G.G. Adria” era un sacerdote, noto per la sua severità ed intransigenza.
Chiuso in una lunga tonaca nera, girava per i corridoi della scuola attento a mantenere l’ordine e la disciplina. Al mattino si faceva trovare in cima alla scalinata, diritto ed impettito, attento a controllare il nostro aspetto esteriore, i vestiti, i capelli, tutto doveva essere nella perfetta norma. Aveva fatto fare dei buchi nelle porte delle classi attraverso cui era solito spiare il comportamento di alunni e professori. Tutti temevano l’occhio del preside appiccicato a quel buco e nessuno voleva farsi trovare colpevole.
Il Liceo classico Gian Giacomo Adria era conosciuto in provincia per il tipo di educazione rigida e seria che vi veniva impartita e gli insegnanti erano soliti mantenersi staccati dagli alunni, quasi in un’altra dimensione. Un professore di greco trattava noi quattordicenni e quindicenni da adulti dandoci rigorosamente del lei ed ostentando dei modi affettati e cortesi che ci facevano tanto ridere. Aveva la mania del parlare forbito ed, entrando in classe, ci diceva subito: Comodi, comodi. Noi ripetevamo: comodino, comodino.. Era tutto un gioco di parole che ci faceva divertire tanto, con quel tipo di risatine leggere, per nulla maligne, fatte di parole sussurrate fra i banchi tra una traduzione e l’altra, mentre Natale fingeva di soffiare con forza il naso e, parandosi dietro un grosso fazzoletto, faceva delle gran pernacchie.
Nelle classi liceali un altro prete ci insegnava latino e greco. Con l’incoscienza dell’adolescenza facevamo i nostri comodi sotto i banchi e fingevamo di ascoltare lui che leggeva i suoi appunti, scritti fitti fitti su foglietti volanti.
“Si carta cadit…” - dicevamo ridendo, convinti che il professore non avrebbe avuto proprio niente da dire senza i suoi preziosissimi fogli .
Le nostre interrogazioni con questo professore erano scandite con grande regolarità e pertanto potevano essere tranquillamente programmate. Egli interrogava seguendo il calendario e dandoci la possibilità di segnare le date sui nostri quaderni in modo che potevamo conoscere in anticipo il giorno in cui saremmo stati interrogati e perfino i voti che ci assegnava.
“Professore, secondo lei, il destino esiste? “Gino, il ragazzo più bravo della classe, esordiva così quando arrivava in classe il professore di storia e filosofia e noi non avevamo studiato la lezione. Non ci interessava proprio nulla del destino e delle complessità dell’animo umano, volevamo soltanto far passare l’ora senza impegnarci con la mente.
Il professore parlava e parlava, mentre noi fingevamo di ascoltare interessati. Conoscevamo le paginette di lezione in modo meccanico senza osare mai fare agganci o riferimenti e senza capire i codici interni delle varie materie, né il loro possibile uso al di fuori della scuola. Imparavamo a memoria le date delle battaglie e ripetevamo a pappagallo i concetti di filosofia servendoci di frasi fatte ed espressioni usate dai professori.
La nostra era un’età in cui ci si appassiona alle piccole cose, in cui si crede di essere furbi, capaci di affrontare il mondo con il minimo sforzo, ma è anche l’età dei dubbi, delle incertezze, del non dormire la notte se qualcuno ci tratta male, l’età dei grandi entusiasmi e delle altrettanto grandi delusioni.
Quanto ho odiato il professore di fisica!
Entrava in classe portandosi dietro una grossa e tonda pancia, ci costringeva, anche d’inverno, a stare con la finestra aperta perché, diceva, un po’ d’aria fresca vale quanto una fetta di carne, e poi cominciava a scorrere il dito sul registro per le interrogazioni. Quando pronunciava il mio cognome, mi sentivo morire. Non riuscivo a soddisfare le sue aspettative perché mi ripeteva insistentemente che non capivo la fisica e per quanti sforzi avessi potuto fare, non avrei mai e poi mai potuto avere dei risultati soddisfacenti.
Era un periodo in cui il tempo passava lentamente, protesi verso il futuro ci sentivamo come passeggeri di un aereo in attesa di imbarco.
Quando arrivò il momento dell’esame di maturità, ci rendemmo conto di essere molto ignoranti e di non avere alcuna cognizione degli argomenti che fingevamo di avere studiato.
Studiai molto e finalmente mi resi conto di come i fatti storici erano tutti collegati fra loro e di come esistesse un legame fra le varie discipline che eravamo abituati a vedere in modo staccato, a seconda del professore che l’insegnava. Riuscii a cavarmela abbastanza bene con gli esami di maturità ma alcuni miei compagni furono costretti a ripetere l’anno.
Eravamo pronti per festeggiare. L ‘appuntamento con i compagni era in piazza, presso il bar che faceva il miglior gelato della città. I bocciati avevano preso la cosa con filosofia, dopotutto si trattava di guai rimediabili, un anno in più al Liceo e la possibilità di rimediare più tardi, quando saremmo stati tutti quanti alle prese con le materie universitarie.
Ridevamo contenti e facevamo progetti per il futuro. Finalmente andremo via da Mazara, ci dicevamo. Palermo, Bologna Firenze, grandi città, grandi ambizioni, pochi soldi e tanta voglia di riscatto.
Dall’altro lato della piazza vedemmo spuntare il professore di fisica. “Cosa ha da gesticolare tanto? – disse Enza, quella che aveva più feeling con il professore perché innamorata della fisica - sembra che voglia dirci qualcosa!” - “Lascialo perdere, - feci io - ormai di lui me ne frego!” - “E invece ci chiama, ci vuole dire qualcosa! – replicò Enza - io vado a vedere!”. Andammo incontro al professore e in quel preciso momento andammo incontro al primo grande dolore della nostra giovane vita. Il nostro compagno Simone era morto qualche ora prima in un gravissimo incidente. Voleva festeggiare la fine degli esami ed era salito in macchina con altri due ragazzi. Il guidatore, molto inesperto, aveva fatto una manovra sbagliata e la macchina era finita in un burrone, causando la morte del ragazzo che sedeva accanto all’autista .
Non riuscivamo a piangere, non sapevamo ancora piangere per seri motivi. Ricordavamo solo l’allegria di Simone, il suo sorriso, le sue battute di spirito, il suo primo innamoramento.
L’università ci sembrò allora l’unico modo per fuggire anche da questo brutto episodio, via dai ricordi, via dalle chiacchierate in piazza, lontani dal piccolo mondo che fino ad allora ci era sembrato piacevole.
Io e la scuola. Cosa è stato per me il periodo universitario?
A Firenze dove abitava una mia zia, con il libretto che denunciava le mie radici siciliane, ebbi modo di rendermi conto del profondo razzismo che esisteva nei riguardi dei meridionali, eravamo diversi dagli altri, non parlavamo bene, non conoscevamo i fatti politici o l’attualità del momento.
Durante il primo anno di università finii col sentirmi molto ma molto ignorante, ascoltavo le lezioni dei professori lontani anni luce dagli studenti e mi sentivo nessuno.
Ci fu un freddo cane quell’anno che vedeva il mio esordio all’università e la zia, che abitava in una caserma adibita ad abitazione con grandi stanze e solo due stufe a legna, fece di tutto per rendere piacevole il mio soggiorno a casa sua.
Io però cominciai a soffrire di nostalgia per la mia terra e per il ragazzo che mi aveva fatto battere il cuore. Capii che il nord non faceva per me e così, quando il professore di storia romana mi disse che le ragazze meridionali avevano ancora molto da imparare per diventare come tutte le altre, presi la decisione di ritornare in Sicilia.
Sentivo che non sarei potuta diventare spigliata e disinvolta come le ragazze del nord; le mie inclinazioni letterarie erano veramente ridicole al confronto degli altri studenti, avevo un certo bagaglio (si dice così?) culturale ma non bastava a fare di me una persona preparata a cavarsela in ambienti diversi da quelli in cui ero cresciuta .
Quelli erano gli anni dei fermenti universitari, delle assemblee, delle proteste, che io non capivo e per cui provavo solo indifferenza.
Ero più presa dal mio modo di essere, dai miei sentimenti, dal mio forte modo di interiorizzare ciò che leggevo, tanto che finivo con l’identificarmi con i poeti che in ogni tempo avevano cantato l’amore, quello con la A maiuscola, e non provavo interesse per ciò che mi portava a riflettere su cose diverse dal mio io più riposto.
Finita l’esperienza fiorentina, feci ritorno nella mia città natia e frequentai l’università a Palermo dove mi recavo in treno ogni volta che dovevo sostenere degli esami.
I tempi andavano cambiando, vivevamo un po’ meglio, qualche vestito in più e piccole soddisfazioni nella nostra vita di giovani di periferia.
Un pomeriggio, incontrando le mie vecchie compagne di scuola, ora colleghe universitarie, dissi loro che eravamo cresciute male senza impegni veri, senza interessi, pochi discorsi seri fra noi, solo chiacchiere stupide.
Cominciavo ad avvertire un forte desiderio di cambiamento, avrei voluto fare qualcosa per migliorare la situazione della mia città ma non avevo idea di cosa fare.
Dopo la laurea in lettere moderne, cominciai subito a cercare lavoro. L’insegnamento mi sembrò l’unica strada da percorrere.
Va bene, farò l’insegnante. Mi siederò in cattedra davanti a ragazzi, che poi sono un po’ come i miei fratelli che ho accudito da sempre, e spiegherò le lezioni.
Ma quali lezioni? In che cosa consiste il mio sapere? Per quanto cercassi nei più riposti angoli del cervello, non credevo di avere un sapere nascosto. La mia preparazione scolastica era tutta lì, conoscevo la grammatica italiana, sapevo formulare dei bei periodi scritti (a parlare me la sono sempre cavata a fatica), sapevo il latino, belle poesie a memoria (compresi interi canti della Divina Commedia che ci avevano fatto studiare all’Università), e avevo un po’ intuito il cammino dell’uomo attraverso i secoli, le scoperte, le religioni, le tradizioni popolari. Niente di più. Poteva bastare tutto questo a definirmi un’insegnante? Entro quale modello avrei potuto scivolare?
Più pensavo ai miei insegnanti però e più capivo che avrei dovuto comportarmi in modo completamente diverso. Si, ma come?
Mi rivedo giovane e sprovveduta affrontare, come supplente di pochi giorni, una classe di alunni di scuola media.
Soggezione e paura di fronte a ragazzini che chiacchierano incuranti di me e dei miei tentativi di instaurare un dialogo.
Non sapevo come si facesse ad insegnare o, per lo meno, a trasmettere delle conoscenze. La grossa preside La Marca tuonava ancora nei corridoi della nuova scuola ed io mi sentivo piccola ed inerme come gli scolari che parcheggiavano tra i banchi.
Sono impreparata a svolgere un lavoro così impegnativo, ho bisogno di conoscere strategie di lavoro, sapere cosa bisogna fare per far apprendere meglio le conoscenze agli alunni, mi piacerebbe imparare a fare capire ai ragazzi la bellezza del conoscere, continuavo a ripetermi.
Prima nomina a tempo indeterminato in un paesino della provincia di Parma, Borgo Val di Taro. Mi getto nella mischia, farò quello che posso.
Saverio, mio marito, che ha emigrato nella zona di Parma prima di me, mi spiana la strada facendomi conoscere la gente del posto e, soprattutto, altri insegnanti che possono aiutarmi ad inserirmi.
“Sei siciliana?” mi chiedono dopo avermi sentito parlare ed io odio il mio accento siculo e la mia aria così fortemente provinciale.
Vorrei essere emiliana anch’io, parlare come loro, pronunciare la C in modo dolce senza quella pesantezza che avverto ma che non so togliere dalla mia pronuncia. E poi quella brutta S che mi esce così male ed il verbo finale nelle frasi interrogative, perché continuo ad usarlo?
Cerco di accattivarmi le simpatie dei ragazzi emiliani parlando di me, della mia vita, so che gli alunni sono sempre tanto curiosi e vogliono conoscere tante cose dei loro insegnanti. Le ragazze, soprattutto, ti chiedono se hai un marito, da quanto tempo sei sposata e commentano fra loro la tua vita privata. Vogliono sapere se in Sicilia sono tutti mafiosi e se ho mai visto una lupara, mi chiedono del mare e se è vero che non ho mai visto la neve.
La neve non l’avevo mai vista e non immaginavo neppure che si potesse trascorrere l’inverno con tanto freddo e poi la primavera con piogge continue, lunghe, monotone, che mi davano l’impressione di essere sempre bagnata.
Settembre nero, lo definimmo allora. Il ministro ci costrinse a fare dei corsi abilitanti riparatori per dare una parvenza di legalità alla professione di insegnanti senza professionalità. Per la prima volta presi fra le mani qualche testo di pedagogia e psicologia e compresi che, per insegnare, occorreva anche porsi degli obiettivi a medio o lungo termine e, soprattutto, era necessario conoscere e capire i problemi dei ragazzi nel loro attuale momento di crescita.
Frequentando il corso sentii parlare in pubblico di politica, di Cuba, della Palestina e di Israele. Sentii parlare di ideologie politiche, delle teorie del comunismo, della sinistra e dei problemi della nostra società. L’ambiente siciliano in cui avevo trascorso l’infanzia e la giovinezza non mi aveva dato alcuna formazione, la famiglia e la scuola non avevano saputo darmi gli stimoli necessari, ero vissuta in un grosso pantano culturale. Ora ero libera di scegliere e di orientarmi verso l’indirizzo che più ritenevo giusto.
Cominciai a leggere libri e giornali che mi illustrassero meglio la società, ascoltavo i programmi seri che la televisione ci propinava ma non riuscii ad appassionarmi alla politica né a prendere sul serio qualche ideologia culturale.
Ci sono delle riflessioni, delle elaborazioni mentali che vengono fuori solo nelle prime ore dell’alba, quando ci troviamo tra il sonno ed il risveglio, piacevolmente intorpiditi e però pronti ad affrontare la giornata che si appresta ad arrivare. Tanta voglia di fare, sperimentare, cercare soluzioni alternative per rendere meno monotono il mio lavoro di insegnante. Aprivo gli occhi e sapevo esattamente cosa avrei dovuto fare quel giorno in classe con i miei alunni.
Ne parlavo con le occasionali compagne di viaggio. Ne parlavo con la Bianca,
(proprio così, con l’articolo davanti al nome, come si usa fare nel Nord) ne parlavo mentre macinavamo chilometri per recarci a scuola, lei, la Bianca, insegnante di matematica ed io di lettere.
Quanto mi sono stati utili i suoi consigli! Ed ora che non c’è più, a tanti anni di distanza, mi vengono in mente i suoi tentativi di provincializzarmi, di settentrionalizzarmi, ricordo le storie della gente del posto che mi raccontava con abbondanza di particolari, le sue battute spiritose e quel modo tutto suo di arrotare la erre, allungare il suono delle vocali, parlare sorridendo e sorridere parlando.
Io la ammiravo e cercavo di imitarla, anche per quanto riguardava la gestione della casa, che lei sapeva tenere sempre pulita ed in ordine, mai una cosa fuori posto e sì che andavo a trovarla a tutte le ore del giorno!
Abitavamo nello stesso condominio, io al primo piano e lei al secondo ed era un viavai continuo sia mio che suo, giù e su, “Maria Grazia, mi tieni il bambino? Mi presti una cipolla?” ed io: Bianca, come si prepara la pasta al forno? Bianca, domani mi dai un passaggio? Bianca, stasera stiamo insieme a guardare la televisione
“La mia amica siciliana!”, diceva lei, ed a me sarebbe piaciuto molto acquistare un po’ del suo “savoir fare”, parlare e muovermi come lei che si mostrava sicura di sé e capace di organizzare al meglio la sua famiglia.
Mi sentivo molto portata verso le persone sensibili che avevano problemi affettivi e che riuscivano a comunicare nei compiti scritti il loro malessere. Chissà cosa ne è stato di Maura, una ragazzina di Albareto, che sapeva raccontarmi i suoi problemi con un linguaggio semplice ed incisivo! E quel ragazzino che scriveva di avere portato le mucche al pascolo la mattina presto prima di venire a scuola! si addormentava con la testa sul banco, distrutto dalla fatica e mentre i compagni ridevano, io dicevo loro di non disturbarlo perché si vedeva che era proprio stanco!
La nostalgia per la nostra terra ebbe la meglio ancora una volta, chiedemmo il trasferimento e, sia io che Saverio, mio marito, fummo trasferiti in provincia di Trapani.
Tornammo a riappropriarci della nostra realtà, ritrovai l’ambiente a me più congeniale perché era quello che mi aveva visto crescere, ritrovai la scuola, quella della mia giovinezza, anche se adesso era tutto diverso perché io mi trovavo dall’altra parte della barricata ed ero una persona matura.
Forse il termine “maturo” non è quello giusto, non si è maturi a trenta anni, non si è ancora completamente maturi neanche a quaranta anni, forse a cinquanta o a sessanta, se tutto va bene…
Orario delle lezioni: dallo otto e trenta alle dodici e trenta con un buco a seconda ora .Ed il giorno libero? Mi piacerebbe il sabato, se possibile. “Preside, ho bisogno di un’ora di permesso per accompagnare il bambino dal dottore! “Oggi pomeriggio c’è la riunione per i libri di testo, ci sono gli scrutini, gli esami, c’è la consegna dei registri, l’incontro con i genitori, ci sono mille cose da fare, forse è meglio che rimaniamo a scuola pure di pomeriggio, organizziamo i corsi pomeridiani e facciamo fare ai ragazzi varie attività, si potrebbe fare teatro, musica, folk, organizziamo la gita, vediamo, dove si potrebbe andare quest’anno?
Io voglio essere dalla parte dei giovani. Mi inserisco nei gruppi di lavoro e li stimolo ad inventare qualcosa che entusiasmi me e loro. Forse è meglio che sia io la più entusiasta in modo da coinvolgerli nel mio gioco. Potremo inventare insieme una recita, una drammatizzazione per la festa di fine anno, scriviamo il testo insieme, aggiungiamo le battute spontanee che vengono fuori così, a caso, a seconda l’estro del momento, mettiamo insieme un bel copione e assegniamo le parti.
“La scuola deve divenire un sistema in cui vari elementi interagiscono fra di loro, ognuno con le proprie competenze e peculiarità, quindi le varie diversità di età, di cultura, di approccio, non devono rappresentare un problema, ma una opportunità di scambio e di arricchimento.” I Decreti Delegati del 1974 sono stati scritti apposta per me. Voglio fare l’insegnante che sta dalla parte dei giovani, perché in fondo mi sento giovane anch’io, mi entusiasmo facilmente e sto sempre lì a far funzionare il mio cervello per far nascere un minimo di interesse anche nei ragazzi.
La scuola media in cui mi trovo ad insegnare è una fucina di idee.
La Preside della scuola in cui mi trovo ad insegnare mostra di essere un’ottima promotrice di eventi scolastici, sempre pronta alla sperimentazione delle nuove proposte; pungola e spinge i giovani insegnanti a fare sempre di più, sempre di più, in un crescendo di iniziative che a volte finiscono con il distruggerci.
“Preside, non ce la faccio ad uscire di casa alle tre del pomeriggio! Ho i miei tempi di digestione da rispettare!”
“Preside, con la compresenza di tre insegnanti di diversa disciplina nella stessa classe, non finiamo con il togliere del tempo all’insegnamento della grammatica italiana?”
Seguendo le nuove indicazioni del ministro, i nostri alunni sono più bravi di prima o li mandiamo alle superiori da ignoranti, nel senso che sanno fare altre cose ma si trovano ad ignorare la struttura della lingua, fondamento primo del nostro essere cittadini italiani?
I dubbi sono tanti. I colleghi delle Superiori, che non hanno vissuto i nostri travagli, lamentano la scarsa preparazione degli allievi che arrivano dalla nostra super dinamica Scuola media.
Andrò a verificare. Chiedo di passare alle Superiori. Qui ci sono ancora vecchi programmi, si studia la letteratura, la storia proprio come ai miei tempi, si mettono i voti e non i giudizi a cui avevo cominciato ad abituarmi alle Medie.
“L’alunno, serio e responsabile, ha mostrato un certo interesse per la disciplina, ma non sempre si è impegnato con costanza .” Voleva dire che il ragazzo non aveva voluto proprio studiare; non si poteva dire però chiaramente che un alunno era svogliato ed allora si inventavano delle belle frasi ad effetto dove la cosa si dice e non si dice anche per accontentare i genitori che facevano parte del consiglio di classe dato che la sovranità era stata distribuita a docenti e famiglia.
Alle Superiori mi riabituo al voto. Se un alunno sa scrivere bene posso anche dare l’otto o il nove. Che soddisfazione!
Gli anni volano veloci, poi anche alle Superiori avvengono i cambiamenti che avevo sperimentato pienamente nella scuola media.
Si comincia con il cambiare il registro. Nuovi spazi, righe bianche per scrivere il giudizio sugli alunni, verbali, incontri per disciplina, parole, parole, progetti finanziati , soldi per chi dimostra di aver fatto qualcosa in più del dovuto, litigi fra colleghi sulla spartizione della torta e tanta insoddisfazione.
Cambiano gli esami di maturità. Non posso più sperare di essere chiamata a fare la commissaria d’esami in qualche città del Nord dove, tutto pagato, posso permettermi un mese di quasi vacanza.
I miei alunni, futuri Periti meccanici, si comportano proprio come me quando ero studente. Una lezioncina stiracchiata studiata solo per accontentare l’insegnante, poca voglia di impegnarsi, poca voglia di approfondire, altri interessi da coltivare!
Dal canto mio, cerco di fare del mio meglio per svolgere il programma di letteratura e di storia, i cui argomenti sono tutti scritti lì, sulla prima pagina del registro, insieme alla presentazione della classe ed agli obiettivi finali!
Non vedo via d’uscita; mi sento delusa e stritolata da un sistema che non aiuta i giovani a crescere nel migliore dei modi ma anzi li spinge a non fare, tanto al diploma finale ci arriveranno tutti, prima o poi!
Mi convinco che solo il pensionamento potrà rendermi libera.
Se la scuola mi ha imprigionato, oggi mi si presenta l’opportunità di dare un grosso contributo alla mia libertà. Posso sganciarmi da un modo di pensare che altri hanno costruito per me, posso vedere sgretolare le mie vecchie convinzioni, posso buttare giù e ricostruire, distruggere e rifare, aprire la mia mente verso nuove azzardate conoscenze e, soprattutto, posso scoprire tutte le mie più nascoste potenzialità.
Qualche alunno mi incontra e mi sorride, ricorda che è stato mio alunno nella tal classe, con quei compagni che… Si, dico, ricordo bene l’espressione del tuo viso quando mi dicevi che eri impreparato, ricordo le cose che avrei voluto farti capire e che non hai capito, ma in fondo cosa importa?
Oggi lavori, hai una tua famiglia, sei realizzato, cosa importa avere o no saputo cosa diceva Foscolo ed i suoi problemi con i sepolcri, se era giusto o non era giusto seppellire i morti in chiesa o fuori della chiesa?
Cosa importa avere capito le alleanze palesi della prima guerra mondiale se il mondo si regge e si è sempre retto su alleanze segrete, nascoste, su meccanismi così complicati e tortuosi ideati da personaggi che hanno creato la storia mettendola in piedi a loro piacimento?
Niente è mai come sembra a prima vista. Molto spesso le parole vengono usate per nascondere altro, sono dei paraventi, delle cortine fumogene, servono a dare l’ illusione che le cose si svolgono in un certo modo quando invece la realtà è ben diversa.
Ho seguito un lungo cammino durante il corso della mia vita solo per ritrovare me stessa.
sabato 17 marzo 2012
La strarria
Un pacco americano era arrivato a dei vicini, gente che abitava in una casa a piano terra nel Corso.
C’era stato molto movimento nella strada, parenti alla lontana che erano arrivati con la speranza di poter racimolare qualcosa e bambini di tutte le età, vecchietti con lo scialle lungo fino ai piedi, uomini maturi pronti a controllare che non ci fossero intrallazzi e curiosi che venivano ad informarsi così, tanto per fare qualcosa.
L’apertura del grosso pacco avvenne nel primo pomeriggio. Non si capì bene al di fuori cosa stava succedendo all’interno della casa, ma la cosa sicura fu che, ad un certo punto, un grido fortissimo irruppe nell’aria facendo presagire che le cose stavano prendendo una brutta piega. Si vide uscire di volata dalla porta di casa uno dei fratelli della donna destinataria del pacco e non ci volle molto a notare che l’uomo aveva la testa piena di sangue.
Sua moglie, gridando disperata, invece di soccorrere il marito, era uscita anche lei di corsa e aveva cominciato a snocciolare tutta una serie di maledizioni nei confronti dei parenti.
I soliti curiosi, accorsi in massa, commentavano i fatti.
Chi diceva che c’era una grossa strarria in corso, chi invece diceva che c’era stato un furto, chi dava ragione alla donna che gridava strata strata, chi invece sosteneva le ragioni della padrona di casa che intanto, con le mani ai fianchi, diceva al fratello e alla cognata che non li voleva vedere più per il resto dei suoi giorni.
A un certo punto fu mandato a chiamare come paciere un impiegato comunale che si fece raccontare il motivo della lite.
Un paio di pantaloni. Un bel paio di pantaloni di fustagno marrone erano stati causa di rivalità fra l’uomo e la sorella. Lei sosteneva che la misura andava bene per suo marito che aveva proprio quella taglia, mentre la cognata aizzava il fratello della donna dicendole che poteva andare bene per lui.
Ma nun lu vidi chi sunnu nichi ? tò marito havi la panza e si li pò infilari in una gamba!
Boni ci vennu - replicava la cognata - l’allargu e ci li fazzu mettiri!
Una parola tira l’altra e la spartizione delle robe americane era diventata una guerra.
Si decise che i pantaloni sarebbero stati sorteggiati fra i due contendenti e la sorte favorì l’uomo che aveva la pancia.
I due coniugi se ne tornarono a casa trionfanti con i pantaloni in mano e l’indomani si venne a sapere che la donna li tagliò per ricavare dei calzoncini ai bambini.
Peccato! – ripeteva la cognata che aveva perso l’indumento - me cugnata è fimmina tinta! Li beddi causi li rovinà!
C’era stato molto movimento nella strada, parenti alla lontana che erano arrivati con la speranza di poter racimolare qualcosa e bambini di tutte le età, vecchietti con lo scialle lungo fino ai piedi, uomini maturi pronti a controllare che non ci fossero intrallazzi e curiosi che venivano ad informarsi così, tanto per fare qualcosa.
L’apertura del grosso pacco avvenne nel primo pomeriggio. Non si capì bene al di fuori cosa stava succedendo all’interno della casa, ma la cosa sicura fu che, ad un certo punto, un grido fortissimo irruppe nell’aria facendo presagire che le cose stavano prendendo una brutta piega. Si vide uscire di volata dalla porta di casa uno dei fratelli della donna destinataria del pacco e non ci volle molto a notare che l’uomo aveva la testa piena di sangue.
Sua moglie, gridando disperata, invece di soccorrere il marito, era uscita anche lei di corsa e aveva cominciato a snocciolare tutta una serie di maledizioni nei confronti dei parenti.
I soliti curiosi, accorsi in massa, commentavano i fatti.
Chi diceva che c’era una grossa strarria in corso, chi invece diceva che c’era stato un furto, chi dava ragione alla donna che gridava strata strata, chi invece sosteneva le ragioni della padrona di casa che intanto, con le mani ai fianchi, diceva al fratello e alla cognata che non li voleva vedere più per il resto dei suoi giorni.
A un certo punto fu mandato a chiamare come paciere un impiegato comunale che si fece raccontare il motivo della lite.
Un paio di pantaloni. Un bel paio di pantaloni di fustagno marrone erano stati causa di rivalità fra l’uomo e la sorella. Lei sosteneva che la misura andava bene per suo marito che aveva proprio quella taglia, mentre la cognata aizzava il fratello della donna dicendole che poteva andare bene per lui.
Ma nun lu vidi chi sunnu nichi ? tò marito havi la panza e si li pò infilari in una gamba!
Boni ci vennu - replicava la cognata - l’allargu e ci li fazzu mettiri!
Una parola tira l’altra e la spartizione delle robe americane era diventata una guerra.
Si decise che i pantaloni sarebbero stati sorteggiati fra i due contendenti e la sorte favorì l’uomo che aveva la pancia.
I due coniugi se ne tornarono a casa trionfanti con i pantaloni in mano e l’indomani si venne a sapere che la donna li tagliò per ricavare dei calzoncini ai bambini.
Peccato! – ripeteva la cognata che aveva perso l’indumento - me cugnata è fimmina tinta! Li beddi causi li rovinà!
martedì 6 marzo 2012
Una gita di tre giorni
UNA GITA DI TRE GIORNI
Qualche giorno fa mi è capitato di fare una bella gita. Ero stanca della solita vita, avevo voglia di distrarmi. Sono andata da un tour operator e ho comprato un pacchetto: gita di tre giorni, luoghi interessanti da visitare, massimo confort. Mi è sembrata equa anche la spesa che avrei dovuto affrontare: costo zero. E così mi sono avventurata e vi giuro che è stata una delle esperienze più interessanti della mia vita. La prima tappa del mio viaggio aveva un risvolto commerciale, data la mia innata predisposizione all’ acquisto. In questo posto potrà soddisfare tutte le sue voglie, mi disse il tour operator, si tratta di una specie di centro commerciale all’aperto, dove potrà sbizzarrirsi ad acquistare ogni genere di cose. Il posto si chiama Corso Umberto primo. Effettivamente quando, dopo un breve, brevissimo viaggio, mi ritrovai nella località consigliata, non ne rimasi delusa. Bello l’arredamento, con piante e panchine colorate, accattivanti le vetrine dove era esposta ogni genere di mercanzia, dalle scarpe alla biancheria intima, dai profumi ai gioielli. Il primo giorno volò in un attimo e, piena di pacchi e pacchettini,mi fermai a mangiare un gelato godendo delle bellezze del luogo. Per la verità, qualcosa di negativo risaltò davanti ai miei occhi in quel primo giorno di gita; qualche rudere spiccava come un pugno in un occhio in mezzo alla signorilità degli ambienti e al colore degli arredi. Saranno i resti dell’ultimo conflitto mondiale, pensai fra me. Comunque, ero pronta ad affrontare il secondo giorno del mio viaggio. Seconda tappa: Piazza Mokarta. Qui trovai un ambiente completamente diverso. Mi sedetti su una panchina e cercai di memorizzare bene il luogo che stavo visitando. Mi sembrò che emergesse il carattere storico dell’ambiente perché il rudere che qui faceva bella mostra di sé era molto antico, doveva essere stato un castello. Un certo odorino di soldi riuscii pure a percepirlo, doveva essere la presenza di una banca da cui uscivano profumati effluvi di banconote di tutte le taglie. Forse anche per questo mi sentii bene in quel posto; ebbi però anche modo di ammirare il cielo che apriva in lontananza ampi orizzonti e indugiai a respirare una frizzante brezza marina che, unita al profumo dei soldi, mi procurò un leggero stordimento.
Anche il secondo giorno del mio viaggio si concluse così abbastanza bene. Ma la sorpresa finale fu quando visitai l’ultima località del mio pacchetto di viaggi: Il lungomare. Se prima il cielo mi aveva stupito per il suo colore e per la sua luce dorata, ora sembrava ricongiungersi al mare che si muoveva leggermente con piccole onde e increspature superficiali. Ora era la natura la protagonista assoluta del mio viaggio. Dimenticai le cose inutili che avevo acquistato e l’odore dei soldi che mi aveva stordito, pensai solo a immergermi nel colore azzurro del mare e per un attimo mi vidi volteggiare come sirena fra le onde. Fu però solo un attimo, abbandonai il mio sogno quando mi ricordai che non so nuotare. Mi godetti il terzo giorno della mia gita con il piacere che sempre riesco a trovare dentro me quando mi permetto di fare dei viaggi e mi percepii soddisfatta e appagata.
E’ bello viaggiare ed è nelle mie intenzioni fare altre gite simili, magari spostandomi un po’ di più da casa mia.
Qualche giorno fa mi è capitato di fare una bella gita. Ero stanca della solita vita, avevo voglia di distrarmi. Sono andata da un tour operator e ho comprato un pacchetto: gita di tre giorni, luoghi interessanti da visitare, massimo confort. Mi è sembrata equa anche la spesa che avrei dovuto affrontare: costo zero. E così mi sono avventurata e vi giuro che è stata una delle esperienze più interessanti della mia vita. La prima tappa del mio viaggio aveva un risvolto commerciale, data la mia innata predisposizione all’ acquisto. In questo posto potrà soddisfare tutte le sue voglie, mi disse il tour operator, si tratta di una specie di centro commerciale all’aperto, dove potrà sbizzarrirsi ad acquistare ogni genere di cose. Il posto si chiama Corso Umberto primo. Effettivamente quando, dopo un breve, brevissimo viaggio, mi ritrovai nella località consigliata, non ne rimasi delusa. Bello l’arredamento, con piante e panchine colorate, accattivanti le vetrine dove era esposta ogni genere di mercanzia, dalle scarpe alla biancheria intima, dai profumi ai gioielli. Il primo giorno volò in un attimo e, piena di pacchi e pacchettini,mi fermai a mangiare un gelato godendo delle bellezze del luogo. Per la verità, qualcosa di negativo risaltò davanti ai miei occhi in quel primo giorno di gita; qualche rudere spiccava come un pugno in un occhio in mezzo alla signorilità degli ambienti e al colore degli arredi. Saranno i resti dell’ultimo conflitto mondiale, pensai fra me. Comunque, ero pronta ad affrontare il secondo giorno del mio viaggio. Seconda tappa: Piazza Mokarta. Qui trovai un ambiente completamente diverso. Mi sedetti su una panchina e cercai di memorizzare bene il luogo che stavo visitando. Mi sembrò che emergesse il carattere storico dell’ambiente perché il rudere che qui faceva bella mostra di sé era molto antico, doveva essere stato un castello. Un certo odorino di soldi riuscii pure a percepirlo, doveva essere la presenza di una banca da cui uscivano profumati effluvi di banconote di tutte le taglie. Forse anche per questo mi sentii bene in quel posto; ebbi però anche modo di ammirare il cielo che apriva in lontananza ampi orizzonti e indugiai a respirare una frizzante brezza marina che, unita al profumo dei soldi, mi procurò un leggero stordimento.
Anche il secondo giorno del mio viaggio si concluse così abbastanza bene. Ma la sorpresa finale fu quando visitai l’ultima località del mio pacchetto di viaggi: Il lungomare. Se prima il cielo mi aveva stupito per il suo colore e per la sua luce dorata, ora sembrava ricongiungersi al mare che si muoveva leggermente con piccole onde e increspature superficiali. Ora era la natura la protagonista assoluta del mio viaggio. Dimenticai le cose inutili che avevo acquistato e l’odore dei soldi che mi aveva stordito, pensai solo a immergermi nel colore azzurro del mare e per un attimo mi vidi volteggiare come sirena fra le onde. Fu però solo un attimo, abbandonai il mio sogno quando mi ricordai che non so nuotare. Mi godetti il terzo giorno della mia gita con il piacere che sempre riesco a trovare dentro me quando mi permetto di fare dei viaggi e mi percepii soddisfatta e appagata.
E’ bello viaggiare ed è nelle mie intenzioni fare altre gite simili, magari spostandomi un po’ di più da casa mia.
sabato 7 gennaio 2012
VISITA AI PRESEPI
VISITA AI PRESEPI
.
Lo confesso, non avevo mai prestato molta attenzione ai presepi. Da bambini io e i miei fratelli avevamo l’abitudine, durante le feste di Natale, di sistemare la grotta della Natività e alcune figurine di angeli e pastori su una superficie piana,( un tavolino, un cassettone o un semplice ripiano in legno), lo facevamo per gioco e senza concentrarci molto sul significato simbolico di ciò che stavamo realizzando. Gli stessi pastorelli sono stati utilizzati anche dai miei bambini che si divertivano a fare camminare i vari personaggi lungo un percorso di strade che mio marito segnava con dei sassolini su un foglio di carta marrone . Ricordo che solo la Sacra Famiglia rimaneva ben ferma nella sua posizione dentro la grotta della Natività,mentre tutti gli altri personaggi erano in continuo movimento. Quando i ragazzi sono cresciuti, non ho più avuto voglia di fare il presepe , né mi sono curata più di tanto dei presepi degli altri. La consideravo una cosa faticosa e per nulla appagante.
Devo all’associazione culturale Alchimie la mia riscoperta del presepe non solo come struttura scenica tradizionale ma anche come evocazione simbolico-religiosa realizzata nell’ambito di una famiglia o di una piccola comunità. Quest’anno l’associazione, in occasione del Natale, ha bandito un concorso dal titolo “Un amore di presepe” e mai titolo m’è sembrato più significativo di questo. Visitando alcuni presepi allestiti presso famiglie mi sono infatti resa conto che solo un sentimento d’ amore può spingere gli artefici a creare delle strutture, anche grandiose ed ingombranti, con un unico obiettivo , quello dell’ amore verso un bambinello sistemato in una stalla. Il risultato delle fatiche di chi ha allestito il presepe è il riconoscimento di parenti e amici che il loro presepe è molto bello, è un amore , secondo l’accezione profana del termine.
La visita ai presepi mi ha dato modo di riflettere sul significato umano e simbolico che la rappresentazione scenica rappresenta; è un’umanità in cammino la nostra, una umanità che vuole trovare nel mistero della Nascita di un bambinello delle precise risposte sul significato della vita. Così mi sono messa anch’io in cammino verso la grotta della Natività in compagnia delle tante figurine del presepe e le ho trovate simili a me, la lavandaia, la fruttivendola,il pastore dormiente , ho bevuto l’acqua delle fontanelle e provato a camminare lungo i viottoli scoscesi.
La condivisone del sentimento religioso degli artisti realizzatori mi ha dato la possibilità di riconciliarmi con il presepe.
MARIA GRAZIA VITALE
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Lo confesso, non avevo mai prestato molta attenzione ai presepi. Da bambini io e i miei fratelli avevamo l’abitudine, durante le feste di Natale, di sistemare la grotta della Natività e alcune figurine di angeli e pastori su una superficie piana,( un tavolino, un cassettone o un semplice ripiano in legno), lo facevamo per gioco e senza concentrarci molto sul significato simbolico di ciò che stavamo realizzando. Gli stessi pastorelli sono stati utilizzati anche dai miei bambini che si divertivano a fare camminare i vari personaggi lungo un percorso di strade che mio marito segnava con dei sassolini su un foglio di carta marrone . Ricordo che solo la Sacra Famiglia rimaneva ben ferma nella sua posizione dentro la grotta della Natività,mentre tutti gli altri personaggi erano in continuo movimento. Quando i ragazzi sono cresciuti, non ho più avuto voglia di fare il presepe , né mi sono curata più di tanto dei presepi degli altri. La consideravo una cosa faticosa e per nulla appagante.
Devo all’associazione culturale Alchimie la mia riscoperta del presepe non solo come struttura scenica tradizionale ma anche come evocazione simbolico-religiosa realizzata nell’ambito di una famiglia o di una piccola comunità. Quest’anno l’associazione, in occasione del Natale, ha bandito un concorso dal titolo “Un amore di presepe” e mai titolo m’è sembrato più significativo di questo. Visitando alcuni presepi allestiti presso famiglie mi sono infatti resa conto che solo un sentimento d’ amore può spingere gli artefici a creare delle strutture, anche grandiose ed ingombranti, con un unico obiettivo , quello dell’ amore verso un bambinello sistemato in una stalla. Il risultato delle fatiche di chi ha allestito il presepe è il riconoscimento di parenti e amici che il loro presepe è molto bello, è un amore , secondo l’accezione profana del termine.
La visita ai presepi mi ha dato modo di riflettere sul significato umano e simbolico che la rappresentazione scenica rappresenta; è un’umanità in cammino la nostra, una umanità che vuole trovare nel mistero della Nascita di un bambinello delle precise risposte sul significato della vita. Così mi sono messa anch’io in cammino verso la grotta della Natività in compagnia delle tante figurine del presepe e le ho trovate simili a me, la lavandaia, la fruttivendola,il pastore dormiente , ho bevuto l’acqua delle fontanelle e provato a camminare lungo i viottoli scoscesi.
La condivisone del sentimento religioso degli artisti realizzatori mi ha dato la possibilità di riconciliarmi con il presepe.
MARIA GRAZIA VITALE
domenica 18 dicembre 2011
Allo specchio
Allo specchio
Mi sveglio intontita dopo una notte insonne. La testa mi brucia, mille pensieri hanno invaso la mia mente. Non sono riuscita a spegnere l’interruttore della sala cinematografica che si trova dentro di me e che proietta continuamente i suoi film. Un clic e mi sarei buttata fra le braccia di Morfeo. Un clic e avrei dormito come un angioletto.
Suoni, parole dette e non dette,
respiro affannoso,
timido scorrer di ciglia,
lava infuocata bruciante
del mio vulcano interiore
Ho atteso rumori,
echi di vite diverse
scanditi dal tempo che passa
e porta con sé le mie angosce.
Ora, davanti allo specchio del bagno, sempre lo stesso da più di trenta anni , mi guardo come se mi vedessi per la prima volta . Mio Dio, come sono cambiata! Da quando? da ieri, da un mese fa, dall’anno scorso….
Mentre mi asciugo il volto, arrivano rapidi dei sovrappensieri che si accavallano ai primi.
Quanti anni ancora mi restano? Dieci o venti. Forse trenta, se arrivo all’età di mia madre.
Lo specchio mi rimanda l’immagine di una donna stanca. Sarà colpa della nottataccia,mi dico, sarà lo stress accumulato durante l’ultimo periodo di vita di mia madre, sarà qualcosa altro, non so.
Gli occhi hanno perso la vitalità d’un tempo, mi sembrano un po’ spenti, faticano a rimanere ben aperti, sono occhi stanchi , da sessantenne sempre alla ricerca degli occhiali che non sa mai dove ha posato. Chi o che cosa mi ha sottratto la bellissima capacità di leggere senza occhiali da vicino ed anche da lontano?
In classe leggevo benissimo senza occhiali e non è passato poi molto tempo! O forse sì?
Ero convinta che i miei occhi sarebbero rimasti sempre perfettamente funzionanti, sani e vitali come tutte le altre parti del corpo.
Specchio, specchio delle mie brame, quando è cominciato il declino e perché non me ne sono accorta ?
Gli occhi di mia madre, nel suo ultimo periodo di vita, erano diventati liquidi, trasparenti . Sembrava che dovessero sciogliersi da un momento all’altro.
Il suo sguardo era fisso, immobile, non vedeva nulla di ciò che le stava attorno. Non mi vedeva. Non vedeva la vita che le si svolgeva attorno. Non sentiva il suono della mia voce che pure aveva sempre riconosciuto; era morta ancora prima di morire e le nostre strategie per mantenerla in vita erano solo un rimedio artificioso.
Socchiudo gli occhi per osservarmi nell’insieme, evitando i particolari che manifestano segni di vecchiaia.
Come e quando sono avvenute le trasformazioni che mi hanno fatto diventare la donna che sono adesso?
E come ho fatto ad invecchiare senza accorgermene ?
Ho la vaga impressione che i pensieri, riempiendo la mente, riescono a dare un’ impronta al viso.
Sono gocce d’acqua, i miei pensieri. Goccia dopo goccia possono formare una pozzanghera, uno stagno, un lago o un mare.
Oggi però sono di fronte ad un mare inquinato. Vedo tutto nero.
Mi sento invadere da una sensazione di completa impotenza di fronte allo scorrere veloce del tempo ed ai cambiamenti che si sono prodotti e continuano a prodursi in me.
Anche lei , mia madre, si sentiva impotente di fronte alla tempesta che stava per travolgerla. Nei primi tempi dell’affermarsi del male reagì con la paura ed il sospetto. Sospetto per tutto quanto di pernicioso potesse venirle dall’esterno.
Il suo male l’aveva dentro,, nelle cellule in decomposizione, ma lei lo vedeva solo all’esterno. Aveva paura di possibili ladri, di estranei che potevano intrufolarsi nella sua casa, aveva paura di perdere la sua amata indipendenza.
Osservo il mio corpo. La pelle non è più compatta, tende a raggrinzirsi in qualche punto. Rughe e rughette attorno agli occhi e il collo sembra quello di una gallina. Sembra che tutte le parti di me, ogni cellula, ogni tessuto, ogni piccola parte, avendo come programma l’invecchiamento, sappia esattamente cosa fare e come comportarsi.
Il respiro mi sembra l’elemento più prezioso.
Quello che tiene armoniosamente insieme le parti del corpo.
Assisto ai miei movimenti come se fossero le azioni di qualcun altro.
Il viso di mia madre, nel periodo successivo alla prima fase, quella della paura, si trasformò in una maschera. Era entrata nella fase aggressiva.
Non voleva in casa donne che l’aiutassero. Cacciava tutti brandendo il bastone. Poi, con qualche goccia di calmante, la donna energica e sempre vivace si trasformò in bambina remissiva .
Provo a fare dei movimenti di ginnastica. Alzo le braccia, le spingo in avanti, saltello sui piedi. Occorre fare un po’ di dieta. Il corpo si sta appesantendo.
Il tempo. Irriducibile nemico.
Purtroppo però è sempre sera, sempre la fine del mese, sempre la fine dell’anno. Le settimane vanno via come i giorni, i mesi come le settimane.
Forse la mia vita è stata un sogno .
Anche quello che è successo a mia madre si è svolto come un sogno. Un sogno durato dieci anni, giorno dopo giorno. Dieci anni di buio della mente, fino allo spegnimento totale .
E’ diventata bambina. Intere giornate trascorse a mettere insieme i lembi di una coperta fino a comporre un fiore.
Con il declino, è iniziata l’immobilità . Era come se una valvola si fosse chiusa nel suo petto e non avesse più lasciato passare i messaggi della vita.
Esisteva solo la sua realtà, molto circoscritta e quasi inesistente.
La mamma della mia vita
si è trasformata in mia figlia.
Abbiamo invertito le parti
in un unico flusso di amore.
Un tremito mi scuote il busto, un accenno di trasalimento che il ricordo di quei giorni ha reso visibile all’esterno. Paura. Paura di ciò che anch’io non sarei capace di controllare.
Faccio movimenti lenti , al rallentatore. Le braccia al petto, come mia madre nei suoi ultimi giorni.
Braccia inchiodate, rigidamente impostate, dure come macigni. Le gambe piegate da un lato, il corpo rattrappito.
Come facevo prima a fare tutto di corsa?
Non avevo molto tempo da dedicare allo specchio. Qualche minuto per un trucco sommario ed ero pronta ad affrontare il mio quotidiano. Bambini , lavoro, compiti da correggere a casa, pranzo, cena …chi pensava ad osservare i cambiamenti del corpo?
La mia immagine di quei tempi quasi non la riconosco. Capelli cotonati, vestiti goffi, larghi, sorrisi con denti cariati…
Mi piaccio di più adesso.
Allora però avevo sempre accanto i miei bambini. I miei bei bambini.
Specchio, specchio delle mie brame, dove sono finiti gli abitanti del reame?
Mia madre, prima di cadere nelle grinfie dell’Altzeimer, sembrava invulnerabile. Saliva e scendeva le scale di corsa, raccontava le sue piccole cose in modo ridondante, parlava, parlava, sempre pronta a difendere il suo territorio come un cane mastino che teme di essere attaccato.
Fra non molto l’occhio si appassirà un po’ di più,la mia bocca perderà il suo tono, la pelle si piegherà in mille solchi e, senza accorgermene, entrerò nell’ultima fase della mia vita.
Ma chi se ne frega?
Posso decidere di vivere in modo positivo, a dispetto di tutto.
Crearmi un giorno fantastico, entrare nelle sfere della mia memoria letteraria magari, ripetere mentalmente una bella poesia classica o canticchiare una canzone fra le poche che conosco.
Debbo togliere l’espressione dura che a volte si addensa tra le sopracciglia come una nube minacciosa. Un sorriso a tutti denti ed il viso si illumina. a Sorridere di più è il mio programma. Assumere anche l’aria un po’ divertita, da attrice che recita in una commedia. La commedia della vita.
Come fanno gli attori quando provano le loro recite? Si mettono davanti ad uno specchio e parlano adeguando il viso alle battute da recitare. Atteggiamento accigliato, di rabbia, di disapprovazione, di rammarico, sorriso accattivante, espressione d’amore, tenerezza e così via.
Potrei farlo anch’io; fingere, mostrare di essere quella che non sono e sentirmi “altro” da me stessa.
Voglio guardare il sole, come ho fatto ieri, seduta su una panchina del lungomare.
Guardando il sole che muore,
palla infuocata sul mare,
l’occhio si riempie di luce
ritrovo lontani pensieri d’amore
vibranti scintille nell’aria serena
portano pace nel cuore.
Mi rincantuccio dietro le palpebre sollevate ed inquadro nuovamente l’immagine riflessa. Ora mi sento un po’ meglio e mi sento pervadere da una forte sensazione di non so che.
Non so che.
Forse è iniziata, a sessanta anni, la stagione più importante della mia vita.
Mentre pettino i capelli schiariti dalle meches, sorrido e faccio le prove generali di come appaio all’esterno. Non c’è male!
Un po’ di luce al viso, un rossetto colorato, uno sguardo d’insieme… e via verso la mia giornata da pensionata.
Mi sveglio intontita dopo una notte insonne. La testa mi brucia, mille pensieri hanno invaso la mia mente. Non sono riuscita a spegnere l’interruttore della sala cinematografica che si trova dentro di me e che proietta continuamente i suoi film. Un clic e mi sarei buttata fra le braccia di Morfeo. Un clic e avrei dormito come un angioletto.
Suoni, parole dette e non dette,
respiro affannoso,
timido scorrer di ciglia,
lava infuocata bruciante
del mio vulcano interiore
Ho atteso rumori,
echi di vite diverse
scanditi dal tempo che passa
e porta con sé le mie angosce.
Ora, davanti allo specchio del bagno, sempre lo stesso da più di trenta anni , mi guardo come se mi vedessi per la prima volta . Mio Dio, come sono cambiata! Da quando? da ieri, da un mese fa, dall’anno scorso….
Mentre mi asciugo il volto, arrivano rapidi dei sovrappensieri che si accavallano ai primi.
Quanti anni ancora mi restano? Dieci o venti. Forse trenta, se arrivo all’età di mia madre.
Lo specchio mi rimanda l’immagine di una donna stanca. Sarà colpa della nottataccia,mi dico, sarà lo stress accumulato durante l’ultimo periodo di vita di mia madre, sarà qualcosa altro, non so.
Gli occhi hanno perso la vitalità d’un tempo, mi sembrano un po’ spenti, faticano a rimanere ben aperti, sono occhi stanchi , da sessantenne sempre alla ricerca degli occhiali che non sa mai dove ha posato. Chi o che cosa mi ha sottratto la bellissima capacità di leggere senza occhiali da vicino ed anche da lontano?
In classe leggevo benissimo senza occhiali e non è passato poi molto tempo! O forse sì?
Ero convinta che i miei occhi sarebbero rimasti sempre perfettamente funzionanti, sani e vitali come tutte le altre parti del corpo.
Specchio, specchio delle mie brame, quando è cominciato il declino e perché non me ne sono accorta ?
Gli occhi di mia madre, nel suo ultimo periodo di vita, erano diventati liquidi, trasparenti . Sembrava che dovessero sciogliersi da un momento all’altro.
Il suo sguardo era fisso, immobile, non vedeva nulla di ciò che le stava attorno. Non mi vedeva. Non vedeva la vita che le si svolgeva attorno. Non sentiva il suono della mia voce che pure aveva sempre riconosciuto; era morta ancora prima di morire e le nostre strategie per mantenerla in vita erano solo un rimedio artificioso.
Socchiudo gli occhi per osservarmi nell’insieme, evitando i particolari che manifestano segni di vecchiaia.
Come e quando sono avvenute le trasformazioni che mi hanno fatto diventare la donna che sono adesso?
E come ho fatto ad invecchiare senza accorgermene ?
Ho la vaga impressione che i pensieri, riempiendo la mente, riescono a dare un’ impronta al viso.
Sono gocce d’acqua, i miei pensieri. Goccia dopo goccia possono formare una pozzanghera, uno stagno, un lago o un mare.
Oggi però sono di fronte ad un mare inquinato. Vedo tutto nero.
Mi sento invadere da una sensazione di completa impotenza di fronte allo scorrere veloce del tempo ed ai cambiamenti che si sono prodotti e continuano a prodursi in me.
Anche lei , mia madre, si sentiva impotente di fronte alla tempesta che stava per travolgerla. Nei primi tempi dell’affermarsi del male reagì con la paura ed il sospetto. Sospetto per tutto quanto di pernicioso potesse venirle dall’esterno.
Il suo male l’aveva dentro,, nelle cellule in decomposizione, ma lei lo vedeva solo all’esterno. Aveva paura di possibili ladri, di estranei che potevano intrufolarsi nella sua casa, aveva paura di perdere la sua amata indipendenza.
Osservo il mio corpo. La pelle non è più compatta, tende a raggrinzirsi in qualche punto. Rughe e rughette attorno agli occhi e il collo sembra quello di una gallina. Sembra che tutte le parti di me, ogni cellula, ogni tessuto, ogni piccola parte, avendo come programma l’invecchiamento, sappia esattamente cosa fare e come comportarsi.
Il respiro mi sembra l’elemento più prezioso.
Quello che tiene armoniosamente insieme le parti del corpo.
Assisto ai miei movimenti come se fossero le azioni di qualcun altro.
Il viso di mia madre, nel periodo successivo alla prima fase, quella della paura, si trasformò in una maschera. Era entrata nella fase aggressiva.
Non voleva in casa donne che l’aiutassero. Cacciava tutti brandendo il bastone. Poi, con qualche goccia di calmante, la donna energica e sempre vivace si trasformò in bambina remissiva .
Provo a fare dei movimenti di ginnastica. Alzo le braccia, le spingo in avanti, saltello sui piedi. Occorre fare un po’ di dieta. Il corpo si sta appesantendo.
Il tempo. Irriducibile nemico.
Purtroppo però è sempre sera, sempre la fine del mese, sempre la fine dell’anno. Le settimane vanno via come i giorni, i mesi come le settimane.
Forse la mia vita è stata un sogno .
Anche quello che è successo a mia madre si è svolto come un sogno. Un sogno durato dieci anni, giorno dopo giorno. Dieci anni di buio della mente, fino allo spegnimento totale .
E’ diventata bambina. Intere giornate trascorse a mettere insieme i lembi di una coperta fino a comporre un fiore.
Con il declino, è iniziata l’immobilità . Era come se una valvola si fosse chiusa nel suo petto e non avesse più lasciato passare i messaggi della vita.
Esisteva solo la sua realtà, molto circoscritta e quasi inesistente.
La mamma della mia vita
si è trasformata in mia figlia.
Abbiamo invertito le parti
in un unico flusso di amore.
Un tremito mi scuote il busto, un accenno di trasalimento che il ricordo di quei giorni ha reso visibile all’esterno. Paura. Paura di ciò che anch’io non sarei capace di controllare.
Faccio movimenti lenti , al rallentatore. Le braccia al petto, come mia madre nei suoi ultimi giorni.
Braccia inchiodate, rigidamente impostate, dure come macigni. Le gambe piegate da un lato, il corpo rattrappito.
Come facevo prima a fare tutto di corsa?
Non avevo molto tempo da dedicare allo specchio. Qualche minuto per un trucco sommario ed ero pronta ad affrontare il mio quotidiano. Bambini , lavoro, compiti da correggere a casa, pranzo, cena …chi pensava ad osservare i cambiamenti del corpo?
La mia immagine di quei tempi quasi non la riconosco. Capelli cotonati, vestiti goffi, larghi, sorrisi con denti cariati…
Mi piaccio di più adesso.
Allora però avevo sempre accanto i miei bambini. I miei bei bambini.
Specchio, specchio delle mie brame, dove sono finiti gli abitanti del reame?
Mia madre, prima di cadere nelle grinfie dell’Altzeimer, sembrava invulnerabile. Saliva e scendeva le scale di corsa, raccontava le sue piccole cose in modo ridondante, parlava, parlava, sempre pronta a difendere il suo territorio come un cane mastino che teme di essere attaccato.
Fra non molto l’occhio si appassirà un po’ di più,la mia bocca perderà il suo tono, la pelle si piegherà in mille solchi e, senza accorgermene, entrerò nell’ultima fase della mia vita.
Ma chi se ne frega?
Posso decidere di vivere in modo positivo, a dispetto di tutto.
Crearmi un giorno fantastico, entrare nelle sfere della mia memoria letteraria magari, ripetere mentalmente una bella poesia classica o canticchiare una canzone fra le poche che conosco.
Debbo togliere l’espressione dura che a volte si addensa tra le sopracciglia come una nube minacciosa. Un sorriso a tutti denti ed il viso si illumina. a Sorridere di più è il mio programma. Assumere anche l’aria un po’ divertita, da attrice che recita in una commedia. La commedia della vita.
Come fanno gli attori quando provano le loro recite? Si mettono davanti ad uno specchio e parlano adeguando il viso alle battute da recitare. Atteggiamento accigliato, di rabbia, di disapprovazione, di rammarico, sorriso accattivante, espressione d’amore, tenerezza e così via.
Potrei farlo anch’io; fingere, mostrare di essere quella che non sono e sentirmi “altro” da me stessa.
Voglio guardare il sole, come ho fatto ieri, seduta su una panchina del lungomare.
Guardando il sole che muore,
palla infuocata sul mare,
l’occhio si riempie di luce
ritrovo lontani pensieri d’amore
vibranti scintille nell’aria serena
portano pace nel cuore.
Mi rincantuccio dietro le palpebre sollevate ed inquadro nuovamente l’immagine riflessa. Ora mi sento un po’ meglio e mi sento pervadere da una forte sensazione di non so che.
Non so che.
Forse è iniziata, a sessanta anni, la stagione più importante della mia vita.
Mentre pettino i capelli schiariti dalle meches, sorrido e faccio le prove generali di come appaio all’esterno. Non c’è male!
Un po’ di luce al viso, un rossetto colorato, uno sguardo d’insieme… e via verso la mia giornata da pensionata.
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