venerdì 4 gennaio 2013
Salvatore, il mazarese.
Ritornando a casa, aveva percorso la strada sorridendo. Tutto gli sembrava bello, ogni cosa sembrava avere un fascino misterioso, nuovo, mai avvertito. Da dove gli veniva quella voglia di camminare con testa alta e sguardo fiero ? e la voglia di lasciar andare le cose spiacevoli per fermarsi ad osservare solo il lato bello della vita? Era da poco che aveva mutato la sua visione del mondo.
Luigi, il suo amico sognatore gli aveva fatto scoprire un aspetto diverso della vita. A che serve, gli aveva detto, lamentarsi di continuo e dire che non c’è niente che funziona nel tuo paese, nella tua nazione, nel mondo? Fermarsi a vedere solo il lato negativo delle cose porta inevitabilmente a determinarne la loro continuazione.
Il mondo, in fondo, non è altro che la proiezione della nostra coscienza. Se esiste la guerra è perché noi uomini siamo d’accordo che ci sia la guerra e la nostra coscienza non vi si oppone.
Se esiste il commercio delle armi è perché noi abbiamo accettato che vi sia.
Se vi è distruzione dell’ecosistema è perché noi lo abbiamo accettato. Il mondo intorno a noi non è altro che il nostro accordo collettivo. La nostra storia, ossia la storia che noi ci raccontiamo come individui e come collettività, è direttamente in relazione alle nostre intime intenzioni.
Salvatore all’inizio si era ribellato aspramente e contestato le affermazioni dell’amico. Ma che mi vieni a raccontare? Io sarei responsabile di tutte le porcherie che combinano gli altri? Sono una persona corretta io e ho sempre avuto le mie idee . Piuttosto dobbiamo dire che ci è toccato di vivere in un mondo sbagliato. Un mondo dove la gente pensa solo al proprio tornaconto, non rispetta i suoi simili e non ha il minimo rispetto per l’ambiente in cui vivranno le generazioni future.
Va bene, gli diceva Luigi, occorrerebbe un grosso cambiamento. Ma da dove partire per cambiare il mondo? Da noi stessi, dobbiamo partire da noi stessi. A questo punto, Salvatore si arrabbiava e lasciava la compagnia dell’amico.
Fu in un momento di crisi che si ricordò della parola “cambiamento”. Un forte dolore al petto e la paura dell’infarto lo portarono a riconsiderare le parole di Luigi.
Cambiare, cambiare. Come si fa a cambiare a sessant’anni? Dopo una vita trascorsa in un certo modo, a criticare tutto e tutti, a cercare sempre di imporre le proprie idee senza dare agli altri la possibilità di controbattere, una vita da arrabbiato, da deluso, una vita in cui anche i pochi momenti di serenità erano stati velati dall’insofferenza verso tutti. Come si può ora intraprendere un percorso diverso?
Dobbiamo sempre ricordarci che dentro di noi esiste un grande potenziale, gli disse allora Luigi quando lo andò a trovare in ospedale e che, quando vi accediamo, la nostra biologia reagisce in modo positivo. Occorre rimettersi in discussione ,cercare di sentirsi bene dentro e togliere di mezzo preconcetti e falsi moralismi.
Allora era iniziata per Salvatore una specie di verifica. “Cosa ho imparato nei miei primi sessant’anni? E perchè ho creato l’infelicità attorno a me?” si chiedeva.
Che avesse creato l’infelicità era un dato di fatto. La moglie l’aveva lasciato per andare a vivere in una città del nord.
"Non ti sopporto più- gli disse un giorno- vado a fare la donna di servizio, la bidella, la sguattera, ma voglio riprendere in mano la mia vita!"
" Tu non vai da nessuna parte!- disse lui - non ti azzardare a uscire da questa casa !" Lei invece era uscita. Libera e felice era uscita per non tornare più. Non era la donna per me, aveva allora detto lui. Troppi grilli per la testa. La donna deve sottostare al marito, ubbidire e tacere.
Ora , dopo tanti anni, riconosceva i suoi errori. Ho sbagliato con Maria. Non dovevo comportarmi in quel modo.
Come posso alla mia età riparare ai danni commessi ?
Quando salì le scale di casa, in quel centro storico in gran parte disabitato, gli ritornò per un attimo l’idea della sua solitudine.
Un tempo in quel grande caseggiato avevano abitato tante famiglie.
Si poteva ancora intuire in che modo avevano vissuto gli abitanti della casa. Tutti insieme, in promiscuità, senza spazi privati da rispettare. Le donne sedevano giù nei piccoli cortili interni e lavoravano all’uncinetto, i bambini giocavano tranquillamente e, se avevano voglia di spazi liberi, si trasferivano nella piazzetta vicina dove tiravano calci ad una palla di pezza.
Poi era cambiato tutto. Gli abitanti del centro storico, in seguito al terremoto che aveva colpito la valle del Belice,avevano abbandonato le loro case per andare a vivere in periferia.
La via Porta Palermo era rimasta disabitata. I negozi erano stati chiusi e le case abbandonate. Un tempo quella era la strada del passeggio. Anche Salvatore, con gli amici di un tempo, aveva camminato per quella via discutendo e chiacchierando. Di che? si chiedeva ora.
Ai tempi della sua trascorsa giovinezza si era soliti fare il giro, cioè percorrere passeggiando il perimetro attorno alla città. Si partiva da un punto qualsiasi , dalla piazza o dal corso e, finito il giro, ci si ritrovava nello stesso punto di prima.
Era così bello “fare il giro”! La formula dialettale era appunto quella. Si diceva “fare il giro” per dire facciamo una passeggiata insieme, distraiamoci, usciamo fuori dai nostri pensieri.
Ora però, quando Salvatore tornava a casa, incontrava solo Tunisini.
Nel pomeriggio, intorno alle cinque, nell’aria stanca che precede la sera, si sentiva il loro invito alla preghiera e sembrava di essere in un paese arabo. Per Salvatore era stato solo un lamento noioso. Non sopportava l’idea che gente di altra razza e altra cultura fosse venuta ad abitare e contaminare il suo quartiere. Qui hanno vissuto i nostri antenati, diceva, c’è la nostra storia, le nostre radici di popolo siciliano, perché dobbiamo ascoltare i loro suoni?
Quando sentiva la voce del muezzin diffondersi con l’altoparlante, saliva in terrazza e cercava di scorgere, attraverso i tetti, la fonte del rumore. Guardava con un binocolo e scrutava i terrazzi, tutti in fila, l’uno dietro l’altro, così attaccati fra loro come un unico grande spazio che si poteva percorrere camminando sui tetti delle case.
Il terrazzo della sua casa era tutto cementificato. La casa era stata ristrutturata, erano state fatte le fondamenta, ripreso il prospetto e rimesso a posto l’androne da cui si partiva la scala di marmo che separava i vari appartamenti.
Gli abitanti della casa, di comune accordo, avevano deciso di ristrutturare l’edificio ma gli appartamenti erano rimasti desolatamente vuoti. Camminando su tetti e terrazzi si poteva però arrivare in case diverse, case da cui si entrava da una strada diversa.
Dopo aver cenato da solo , Salvatore sentì il bisogno di conversare con qualcuno. Salì in terrazza e chiamò: << Jemila !>>
Jemila, la donna tunisina che abitava nella strada parallela alla sua ma raggiungibile attraverso i tetti ed i terrazzi , aprì la porticina del suo minuscolo appartamento e sporse la testa.
"Signor Salvatore, ha chiamato?"
"Si, volevo sapere come sta tuo figlio ! avevi detto che stava male."
" Grazie, grazie ! sta un po’ meglio ora. Lei molto gentile!"
" Ha qualche problema con la scuola ? Ha perso tanti giorni di studio. Fallo venire da me, lo aiuto io. "
Salvatore, il mazarese , si sentiva ormai amico di tutti e disposto ad aiutare chi aveva bisogno. Era questo il cambiamento di cui gli aveva parlato il suo amico Luigi. Il cambiamento voleva dire anche apertura di cuore ed era anche un modo per sentirsi meno soli.
mercoledì 5 dicembre 2012
I CAVOLFIORI
I CAVOLFIORI
Seduto su una vecchia sedia posta in un angolo dell’orto, guardai con soddisfazione la mia bella raccolta di tre grossi cavolfiori.
Erano venuti proprio bene. Pesavano almeno cinque chili per ciascuno. Forse anche di più. Tondi, bianchi e ben sodi, sembravano dei piccoli soli pronti ad irradiare con la loro luce il piccolo orto in cui erano nati.
Mi sentii pervadere da un’ondata di benessere e di pace interiore e avvertii l’effetto rilassante che sempre la natura riusciva ad offrirmi.
Ci vuole poco per generare una valanga. Immagini, sensazioni, parole, tutte le cose rimaste nascoste nell’interno della mente esplodono ad un certo punto della vita scatenando la fuoriuscita dei ricordi. E come la valanga, mentre scende a valle, lascia intravedere il materiale di cui è composta, così anche noi, lasciando scorrere il film della nostra vita o quello delle persone a cui siamo stati legati, avvertiamo la nostra più segreta essenza. Quel giorno i cavolfiori riuscirono a far sorgere in me, uomo adulto, un’incredibile nostalgia e dalla nostalgia si cominciarono a stagliare luoghi e figure del passato .
Rividi con la memoria l’estate del 1953, una delle giornate più umide e calde di luglio. Sembrava che il mare, dopo aver catturato il caldo rovente dell’aria, si stava divertendo a riversarlo sulla città sotto forma di umidità .
Salìi sulla motocicletta “Galletto” di mio padre con atteggiamento spavaldo; intorno a lui e alla moto si radunava intanto un gruppetto di parenti, amici, vicini di casa, curiosi, venuti ad assistere alla sistemazione sulla moto della famiglia. Mia sorella Rosa Maria cercò di sistemarsi in piedi davanti al guidatore, mamma Brigida si arrampicò sul sedile dietro e, dandosi una rassettata alla gonna che non sapeva come avvolgere attorno al corpo, cercò un qualsiasi appiglio per fermare le gambe penzolanti.
Saluti e raccomandazioni dei parenti :<< Mi raccomando, Biagino, non correre, sta’ attento a li picciriddi ! >>
Mia sorella Enza, rimasta con la zia, salutò contenta il resto della famiglia che si apprestava a partire. A lei era stata risparmiata la scomodità del viaggio.
Mio padre pestò a terra la cicca di sigaretta che aveva fumato sino quasi a bruciarsi le dita, controllò ancora una volta la stabilità sul sedile della moglie e di noi due bambini, mise sul naso gli occhialoni scuri, un rombo di motore e via. Io rivolsi , con la coda dell’occhio, un’ultima occhiata ai compagni di gioco rimasti fermi sulla strada e mi sentii pervadere da un moto di stizza. Fra poco andranno a divertirsi, faranno dei tuffi a mare e parleranno di me ridendo, pensavo. Mischinazzo, diranno, mischinazzo.
Forse è opportuno stringere forte la mamma per non cadere dalla moto. Sono quasi contento di stare abbracciato a lei, di solito non sono abituato alle sue effusioni d’affetto. Sulle braccia e sulle gambe è piuttosto visibile il nero dei pizzichi e dei morsi che lei mi dava come punizione quando commettevo delle monellerie.
Due ore buone di viaggio per arrivare fino al paese di Santa Ninfa. La moto andava lentamente lungo la strada statale sotto un sole che sembrava voler bruciare ogni cosa. Ogni tanto mio padre fermava la moto per una sosta che serviva a sgranchirsi le gambe . Io ne approfittavo per dare dei calci a una pallina che avevo portato con me.
L’ultimo tratto di strada non finiva mai. Avvertivo a tratti un blocco nello stomaco e, per evitare la sofferenza che mi divorava, cercavo di distrarmi guardando il panorama .
I miei genitori volevano affidarmi al nonno e lasciarmi con lui in campagna, un posto abbandonato da Dio e dagli uomini.
Come il Pollicino della favola, cercavo di fissare bene in mente il tragitto, per organizzare un eventuale ritorno. Non avevo però con me sassolini nè molliche di pane per segnare la via, così mi accontentavo di stringere forte mia madre e con lei sobbalzare quando la moto cercava di districarsi tra le buche del terreno.
Apparve improvvisamente dietro una curva, il piccolo paese di Santa Ninfa. Aveva il solito aspetto sonnolento di sempre. Qualche donna seduta all’ombra davanti alla porta di casa lavorava la curina per fare le scope, pochi bambini giocavano all’aperto. Erano bambini molto piccoli, perché i più grandicelli si trovavano in campagna a lavorare. Attraversato il paese, mio padre si diresse a nord del centro abitato fino a quando la campagna coltivata scomparve per lasciare il posto ad un terreno incolto pieno di erba bruciata e sterpaglie : Le Fontanelle.
Un vecchio casolare costruito con le pietre del luogo poste l’una sull’altra e legate insieme da calce biancastra e all’interno stanze spoglie, pochi ed essenziali i mobili. Una cucina con un lavello di pietra sempre pieno di verdura selvatica, un tavolo di legno su cui stava poggiato un vaso con fiori di campo, sedie di paglia e qualche cuscino colorato. Niente luce elettrica, niente radio, telefono, frigo, gas per cucinare, doccia per lavarsi.
Si avvertivano profumi impalpabili e naturali che profumavano piacevolmente l’aria: odori di frutta, conservata a terra in un angolo della cucina, odori di origano, menta ,rosmarino, timo, satareddu , tutt’intorno alla casa e nello spiazzo antistante.
Il nonno non era in casa. Lo cercammo nei paraggi . Gridavamo:
- Nonno, nonno !- Poi si sentì uno sparo. - Lu nonnu ammazzà un aceddu! disse mio padre rallegrandosi al pensiero della carne che avremmo mangiato a pranzo.
Seduta su un gradino di pietra, mia sorella si mise a giocare con le formichine. La mamma entrò in cucina e pensò subito al pranzo. Mio padre disse:
-Sta attento, Rinuzzu, ubbidisci sempre al nonno, nun lu fari arrabbiari. oramai si’ granni , si’ omu !
Un uomo, un uomo. Io però non volevo ancora essere un uomo. Troppe responsabilità hanno gli uomini. E poi rimanere in campagna con il nonno,solo e senza amici. Come avrei trascorso le giornate?
E mio padre? Quando sarebbe tornato a riprendermi?
I primi giorni trascorsi con il nonno mi sembrarono eterni. Nessun rumore o suono in quella zona sperduta della campagna siciliana tranne lo stormire di foglie degli alberi e i versi delle galline che razzolano libere fra i campi di stoppie. Davanti alla casa si stendeva una valle, in parte coltivata a grano e cotone; dietro si poteva vedere il costone di una montagna, che presentava delle strane fessure .
“Li finistreddi”le chiamavano per la loro forma caratteristica di aperture ricavate nella roccia. Erano nient’altro che sepolture costruite in epoca preistorica da popolazioni autoctone. Io fantasticavo su quel paesaggio e pensavo agli alieni, creature di altri pianeti che la notte venivano lì a rifugiarsi.
- Non voglio stare qui da solo- dissi al nonno una mattina - voglio la mamma !
-Va bene, va bene, la mamma. Tutti vogliono la mamma. Anche la capretta cerca la mamma. E l’uccellino che ho preso ieri non cercava puru iddu a so matri? Bisogna fare sempre quello che ogni giorno si presenta davanti a nuautri. Oggi siamo qui e ci godiamo l’estate e la campagna, domani si vedrà. Così mi rispose il nonno.
Una mattina, al risveglio, spaventato dal silenzio, avvertii una forte nostalgia della mia casa. Nostalgia che si tramutò in pianto. Avevo fatto un sogno molto strano.
Vedevo degli uccelli che fluttuavano nell’interno di una stanza, volavano in alto quasi a voler toccare il tetto di travi dove cercavano di nascondersi e mimetizzarsi.
Capii che gli uccelli visti nel sonno erano proprio quelli che il nonno catturava ogni giorno e che si divertiva ad imbalsamare. Soffrivo per loro, per l’immobilità in cui venivano costretti a vivere. Li vedevo diventare testimoni muti dello scorrere del tempo.
-Veni ccà, Rinuzzu, t’insignu a fari stu misteri! Un mestiere. Chiamava mestiere quello che faceva !
Svuotava l’interno degli animali fino a lasciare solo le penne e un sottilissimo strato di pelle, poi li ricostruiva, li rimetteva in vita introducendo una specie di paglia giallastra a posto dei loro organi. Cuciva tutto e dava parvenza di vita ad animali morti. Per il nonno quello era un lavoro di pregio.
La prima volta che lo vidi fare quelle operazioni, corsi fuori disgustato. Ero attratto però dalla sua cassettina degli attrezzi, quello sì!
Un giorno che non c’erano uccelli morti in giro, volli aprire la cassetta che il nonno custodiva gelosamente e che non permetteva a nessuno di toccare. C’erano arnesi di tutti i tipi, coltellini , bisturi, lamette, fili di ferro , il tutto impregnato da un forte odore di disinfettante di un colore rosso cupo, che sembrava sangue umano.
-Non farò mai questa cosa- dissi- e non andrò mai a caccia come fai tu e come fa mio padre!
Poi pian piano, mentre trascorrevano i giorni, mi abituai allo stile di vita del nonno. Mi piaceva molto andare con lui in una radura in mezzo agli alberi di eucalipto. Avvertivo con piacere il leggero rumore della brezza che sfiorava le foglie degli alberi, i brusii degli animali e la vita della natura che offriva il suo spettacolo di vita . Percepivo una strana energia nell’aria. A volte, per alcuni istanti, gli occhi mi si riempievano di lacrime, senza che sapevo spiegarmi il motivo di quella commozione.
Siamo al centro dell’universo, pensavo spesso, mi trovo in un posto magico.
Il nonno, d’altra parte, faceva di tutto per trasferirmi le sue sensazioni di benessere. Alcune le accettavo , altre no.
Molte sere le trascorrevamo nello spiazzo dell’aia con gli occhi in su a guardare il cielo stellato e a sorridere alla notte che stava per arrivare, mentre il nonno recitava il rosario.
A forza di guardare il cielo , imparai a guardarlo con amore, a parlare con lui e ad identificarmi con gli uccelli che volavano in alto da creature libere. <
venerdì 9 novembre 2012
IL QUINTO FIGLIO
- N’autru masculu nascì!- Con queste parole mia zia, ritornando a casa al mattino mi svegliò per annunciarmi la nascita del mio quarto fratello, un altro maschio. La delusione che era stata provata da coloro che avevano assistito al parto fu subito trasmessa a me bambina che aspettavo ansiosa il lieto evento. Non è giusto, pensai subito, mi era stata promessa una sorellina !
Era una domenica di gennaio del 1961 e la giornata si annunciava particolarmente soleggiata. La sera precedente io e i miei fratelli eravamo stati accompagnati in casa della zia dove c’eravamo fermati a dormire perché a casa nostra fervevano i preparativi per il parto della mamma.
Lei, per tutto il giorno del sabato, aveva pulito , lavato ,stirato, preparato pentoloni di acqua da bollire e sistemato sul cassettone la roba per il nascituro, tribolando tutto il giorno con la sua enorme pancia. Solo a sera aveva fatto chiamare la levatrice e, dopo aver dato un bacio a me e ai miei quattro fratelli, ci aveva licenziati dicendoci: << Domani venite a conoscere la sorellina!>> La lasciammo a letto circondata dalle zie che erano venuti ad assisterla . Mio padre,seduto in cucina , fumava una sigaretta dietro l’altra .
Io non avrei voluto, a dodici anni, avere in famiglia altri bambini . Bastavano quelli che già c’erano. Le cose però erano andate in quel modo e bisognava accettare. Ma un altro maschio, no !
Da mesi avevo visto crescere il suo pancione e ritenevo la sua una condizione molto umiliante ; a volte mi vergognavo per lei.
Già la notizia della sua gravidanza era stata per me traumatica. Avevo allora dodici anni e, finita la terza media, sarei andata al ginnasio e cominciato a frequentare una scuola importante.
<< Vieni con me, fammi compagnia!>> mi disse un pomeriggio.
Stentò ad indossare la gonna del tailleur nero delle feste, non riusciva proprio a chiudere la cerniera. Anche la giacca attillata da cui usciva un collettino di pizzo bianco che simulava una camicetta,le restò aperta davanti. Giorni prima aveva fatto la permanente ai capelli provvedendo anche a tingere un ciuffo bianco che, capricciosamente, si ostinava a crescerle davanti come per ricordarle che ormai aveva superato i quaranta anni. Con gli spessi occhiali da miope sul naso e la borsetta nera in mano, era pronta.
Voleva la mia compagnia, aveva bisogno di qualcuno che la sostenesse in quello che per lei era un momento delicato. Dando la mano al più piccolo dei fratelli le andai dietro, non sapendo cosa avesse intenzione di fare. Non facemmo molta strada, svoltammo l’angolo dietro casa e giungemmo presso l’ambulatorio ginecologico del dottore Bianco. La mamma bussò titubante e aspettò che l’infermiera, la signora Ninuzza, venisse ad aprire la porta. Le sentii confabulare, il dottore non c’era , ma la mamma disse che l’infermiera andava bene lo stesso. Entrarono nella stanza da visita del dottore e mi lasciarono nell’anticamera, in attesa.
Io, da ragazzina curiosa, non capivo il perché di tutte queste manovre, cosa facevano le due donne? perché questi misteri?
Quando la mamma uscì dalla stanza, era rossa e confusa.
I bambini sono una grazia di Dio , disse l’infermiera che non aveva figli, poi mi annunciò sorridendo che presto nella nostra famiglia sarebbe arrivata una bella bambina. Così avrei potuto finalmente avere una sorellina.
Guardavo le due donne smarrita, ma perché mia madre si era messa nei guai? Chi glielo aveva fatto fare ?Un altro figlio! Non ne bastavano quattro!
Solo pensando ad una bambina da trattare come bambola finii poi con l‘accettare la gravidanza di mia madre. Aspettavo con impazienza questa sorella anche per liberarmi dalla visione di quella grossa pancia con cui si presentava mia madre. E ora mi si veniva a dire che era arrivato un altro maschio ! Non m’interessava proprio! Non volevo nemmeno vederlo!
Entrai in camera da letto solo per vedere mia madre. Non m’interessava suo figlio. La vidi tranquilla con un nastro celeste fra i capelli. Non c’era più niente di rosa nella sua camera.
La levatrice, senza dirmi niente, mi mise fra le braccia una copertina da cui uscivano fuori due occhietti scuri e una boccuccia sorridente.
Guardai mia madre, guardai il suo quinto figlio e mi sentii pervadere dalla commozione. << Mamma- dissi- possiamo chiamarlo Maurizio?>>
mercoledì 24 ottobre 2012
preghiera
PREGHIERA
Ammirando bellezze di natura creata
Ritrovo grandezza del Creatore creante.
Vita vibrante di attese infinite
lontani richiami , echi diversi;
e salgo a fatica le incorporee montagne
per giungere a Te, Signore del mondo.
lunedì 13 agosto 2012
una serata in piscina
UNA SERATA IN PISCINA
Dopo i caldi giorni in cui abbiamo galleggiato nella canicola, stasera l’aria sembra più respirabile. Mi lascio cadere su una poltrona bianca di vimini messa ai bordi della piscina e osservo un po’ l’ambiente e i personaggi che mi circondano . Calzoni lunghi o corti per gli uomini, vestiti lunghi o semplici abiti da pomeriggio, magliette , collane molto vistose , così si presentano “I bagnanti della spiaggia di San Vito”. Seduti attorno alla piscina, un po’ prima del tramonto, sembrano in attesa di qualcosa che avverrà prima o poi.
Microfono in mano, attrezzature per la musica già sistemate e Pasquale è pronto ad iniziare la sua serata musicale. Il gruppo dei bagnanti ha cambiato ambiente, ma il clima e il genere di festa si ripete per la terza volta da quando è iniziata l’estate. Stasera ci troviamo in un centro di bed and breakfast, posto ben curato e attrezzato, nell’immediata periferia della città. La cucina è sempre la stessa, quella di Mariella brava preparatrice di intingoli per i primi piatti e degli uomini che accendono il fuoco per le grigliate di carne o di pesce. Ore 19, 30; Giusi inizia il suo show dimenandosi dentro un lungo vestito bianco.
-Giusi è sempre così piena di vitalità?-chiedo al marito di Giusi che, con il berretto di cuoco in testa, si accinge a cucinare. -Mia moglie si diverte così! Non ce la fa a rimanere tranquilla .-Chiara, quattordicenne approdata alla festa insieme ai genitori, si accompagna subito alla danzatrice ufficiale.
La ragazza sa muoversi con leggiadria e portando a destra e manca i lembi di velo del vestito , suscita le simpatie dei presenti. Serena, dieci anni, la segue a ruota lasciandosi andare a graziosi movimenti di danza. Le signorine Castrogiovanni, ultrasettantenni , al suono della musica non possono fare a meno di ballare . Amano il ballo , mi dicono, e partecipano volentieri alle feste.
Intanto compaiono su dei tavoli gli antipasti, (caponata di melanzane e olive) che spariscono in un attimo. La pancia prende il sopravvento e ,quando viene scodellata la pasta con condimento all’amatriciana, il gruppo dei bagnanti della spiaggia di San Vito, piatto e forchetta in mano, somiglia ai richiedenti cibo della Caritas.
Salsiccia e carne spariscono in un battibaleno e anche l’anguria non rimane certamente sui tavoli. Nuccio, vestito da tunisino, tiene un sermone in lingua semiaraba e poi si tuffa in piscina più volte vestito di tutto punto.
La serata finisce allegramente tra canti e risate. Domani, sulla spiaggia, parleremo di com’ è andata, intanto le stelle , cadenti e non, vegliano amorevolmente su di noi.
Dopo i caldi giorni in cui abbiamo galleggiato nella canicola, stasera l’aria sembra più respirabile. Mi lascio cadere su una poltrona bianca di vimini messa ai bordi della piscina e osservo un po’ l’ambiente e i personaggi che mi circondano . Calzoni lunghi o corti per gli uomini, vestiti lunghi o semplici abiti da pomeriggio, magliette , collane molto vistose , così si presentano “I bagnanti della spiaggia di San Vito”. Seduti attorno alla piscina, un po’ prima del tramonto, sembrano in attesa di qualcosa che avverrà prima o poi.
Microfono in mano, attrezzature per la musica già sistemate e Pasquale è pronto ad iniziare la sua serata musicale. Il gruppo dei bagnanti ha cambiato ambiente, ma il clima e il genere di festa si ripete per la terza volta da quando è iniziata l’estate. Stasera ci troviamo in un centro di bed and breakfast, posto ben curato e attrezzato, nell’immediata periferia della città. La cucina è sempre la stessa, quella di Mariella brava preparatrice di intingoli per i primi piatti e degli uomini che accendono il fuoco per le grigliate di carne o di pesce. Ore 19, 30; Giusi inizia il suo show dimenandosi dentro un lungo vestito bianco.
-Giusi è sempre così piena di vitalità?-chiedo al marito di Giusi che, con il berretto di cuoco in testa, si accinge a cucinare. -Mia moglie si diverte così! Non ce la fa a rimanere tranquilla .-Chiara, quattordicenne approdata alla festa insieme ai genitori, si accompagna subito alla danzatrice ufficiale.
La ragazza sa muoversi con leggiadria e portando a destra e manca i lembi di velo del vestito , suscita le simpatie dei presenti. Serena, dieci anni, la segue a ruota lasciandosi andare a graziosi movimenti di danza. Le signorine Castrogiovanni, ultrasettantenni , al suono della musica non possono fare a meno di ballare . Amano il ballo , mi dicono, e partecipano volentieri alle feste.
Intanto compaiono su dei tavoli gli antipasti, (caponata di melanzane e olive) che spariscono in un attimo. La pancia prende il sopravvento e ,quando viene scodellata la pasta con condimento all’amatriciana, il gruppo dei bagnanti della spiaggia di San Vito, piatto e forchetta in mano, somiglia ai richiedenti cibo della Caritas.
Salsiccia e carne spariscono in un battibaleno e anche l’anguria non rimane certamente sui tavoli. Nuccio, vestito da tunisino, tiene un sermone in lingua semiaraba e poi si tuffa in piscina più volte vestito di tutto punto.
La serata finisce allegramente tra canti e risate. Domani, sulla spiaggia, parleremo di com’ è andata, intanto le stelle , cadenti e non, vegliano amorevolmente su di noi.
domenica 5 agosto 2012
LA femmina del caffè
LA FEMMINA DEL CAFFE’
Versa lo zucchero nella tazzina, poi meticolosamente poggia il cucchiaino del caffè sul piattino e guarda con golosità il liquido scuro e schiumoso. Quasi ne pregusta il sapore prima di metterlo in bocca. La guardo con affetto e, come al solito mi siedo accanto a lei per carpirle un pezzo della sua vita passata, quella che solo lei conosce e che si porterà dietro quando non ci sarà più.
Mia zia, a novant’anni,mostra ancora un aspetto gradevole. Capelli neri tinti dal parrucchiere, pelle del viso non ancora completamente raggrinzita, dita delle mani sempre spasmodicamente in movimento per esorcizzare incipienti dolori reumatici, sciarpetta colorata al collo e una posizione rilassata sulla poltrona preferita. Anche se ormai vive a Firenze da più di quarant’anni, è una donna profondamente e intimamente siciliana. Le sue origini meridionali sono radicate in lei come una seconda pelle e, per quanti sforzi abbia fatto nel corso degli anni di diventare, come dice lei, una continentale, il suo grado di sicilianità è molto più intenso delle donne sue coetanee rimaste a vivere nell’isola.
Quando comincia a sorseggiare il suo caffè tenendo la tazzina con mano tremolante , mostra un guizzo di vitalità.
<< Novant’anni ho e mi piace ancora “lu cafè”. Tanti sapori oramai me li scordai , non li sento più, e tante cose me le scordo subito, come se non l’avessi mai fatte. Ma il sapore di lu cafè non me lo scordo e manco mi scordo le cose antiche, quelle di quand’ ero picciridda. A quei tempi poche erano nel mio paese le botteghe di generi alimentari , i posti insomma dove si potevano accattari le cose da mangiare. C’erano in giro dei personaggi che vendevano la loro merce per strada, strata strata . Si chiamavano abbanniaturi perché abbanniavano, gridavano e con belle parole cercavano di convincere la gente a scendere in strada e comprare la loro mercanzia. Mi ricordo di quello che vendeva il sale, quello che vendeva il petrolio e lu gelataru , ma la persona che più mi piaceva quand’ero picciridda era la femmina che vendeva caffè.
Si chiamava Assuntina questa femmina e passava per le strade di mattina, quando gli uomini erano già al lavoro e le donne , rimaste in casa, si alzavano le maniche prima di cominciare a svolgere i pesanti lavori domestici. Assuntina si fermava nell’angolo di strada proprio di fronte la mia casa e, mentre aspettava i possibili compratori, cantava questa filastrocca:
Lu me cafè è a zicchiti
fattu di li me manu
viniti a manu a manu
chi sapuritu è!
cafè, cafè!
Correvamo subito noi picciriddi perché la canzoncina ci faceva arruspigliari . >>
Un sorso di caffè, una piccola pausa e la zia si abbandona al ricordo. Le sembra di sentire ancora il sapore del caffè della sua infanzia, lo gusta , lo fa scendere giù in gola insieme ai suoni, agli odori, alle fuggevoli immagini di una vita ormai interamente trascorsa .
<< Il sapore di quel caffè era speciale. Non era il sapore del caffè d’orzo , quello che mia madre al mattino aggiungeva nella tazza del latte . Non mi piaceva né il latte, bollito e ribollito, pieno di panna raggrinzita e quasi sempre uscito fuori dal pentolino e sparso nei fornelli, né quel liquido annacquato che chiamavano caffè. Il caffè di Assuntina era un’altra cosa.
Lei, la femmina del caffè, lo preparava con la sua macchinetta speciale, lo teneva ben caldo in una bottiglia di vetro coperta da un panno e poi andava in giro a vendere la sua mercanzia. Quando abbanniava, passione ci metteva, passione e simpatia.
Assuntina ci viveva con quel caffè. Le poche lire che riusciva a guadagnare ogni mattina le servivano per tirare avanti tutta la giornata. Ogni tanto, in cambio del suo caffè, le donne le regalavano un frutto, delle verdure di campagna, una pagnotta di pane fresco.
Io rimanevo incantata ad ascoltare la sua canzoncina. Avevo cinque o sei anni allora e mi bastava sentire i suoi zoccoli trascinarsi sulla strada per correre a pigliare il bicchierino di vetro riposto nel mobile guarda servizio del salotto e precipitarmi per le scale di corsa. Mia madre mi gridava dietro: “Li soldi li pigliasti?” Poi me li buttava dalla finestra. Io mi avvicinavo ad Assuntina e le dicevo: “ Canta la poesia! Canta accussì arrivanu autri picciriddi ! “ E lei cantava e intanto versava il caffè nei bicchieri. >>
La zia, bambina di novant’anni , beve ancora una sorso di caffè e si ferma per un attimo come per mettere al posto giusto le immagini mentali legate ai suoi ricordi. Intanto prende vita nelle sue parole questo strano personaggio, la femmina del caffè.
<< Mi piaceva sentire la voce di Assuntina e un giorno le chiesi se aveva dei bambini e se preparava per loro il suo caffè.
“ Schetta sugnu- mi rispose – Nun haiu maritu e picciriddi”
Dunque era una donna schetta, non sposata, una zitella , non poteva avere la gioia di avere dei bambini suoi e un marito che si occupava di lei. Non capivo perché non come tutte le donne che allora conoscevo, con un marito e dei figli . Eppure era molto bella. Aveva lunghi capelli ondulati che le scendevano sulle spalle, una carnagione chiara insolita nelle nostre zone e era molto magra, magrissima.
“ Per forza è accussì sicca- dicevano le donne- nun mangia nenti!” Il fatto che non avesse da mangiare mi angustiava molto. Pensavo che una persona che vendeva caffè, che sapeva preparare una cosa tanto buona, non poteva soffrire la fame ! E soffrivo per lei, per Assuntina, la femmina del caffè. >>
Intanto la zia, dopo aver finito di bere con la tazzina tremolante in mano , chiude gli occhi per abbandonarsi al riposo. Anche un semplice ricordo può stancare una novantenne. Io però sono curiosa di conoscere la storia della venditrice di caffè, sapere cosa è successo alla donna qualche tempo dopo, quando anche nella nostra cittadina le famiglie si attrezzarono a fare il caffè con le macchinette apposite.
<< Che vuoi sapere - mi disse la zia- non è una bella storia! La trovarono morta ad Assuntina , nella grotta delle pirrere dove abitava. Femmina sola era e sola morì! >>
<< Ma come- dico allora- nessuno ha voluto aiutarla?>>
<< Che ne sai tu di come si viveva a quei tempi? Tempi brutti erano, tempi brutti! Se una femmina si comportava male con gli uomini o magari se gli uomini se n’ approfittavano , non era più considerata femmina onesta e la gente non si preoccupava di lei. Quando Assuntina perse la possibilità di vendere il suo caffè, fu abbandonata da tutti e morì di fame nella sua grotta fra l’indifferenza dei suoi concittadini. >>
Il ricordo è ormai doloroso e la zia non ha più voglia di riprenderlo. S’addormenta serenamente e, chissà, magari incontra nei suoi sogni la femmina del caffè.
Versa lo zucchero nella tazzina, poi meticolosamente poggia il cucchiaino del caffè sul piattino e guarda con golosità il liquido scuro e schiumoso. Quasi ne pregusta il sapore prima di metterlo in bocca. La guardo con affetto e, come al solito mi siedo accanto a lei per carpirle un pezzo della sua vita passata, quella che solo lei conosce e che si porterà dietro quando non ci sarà più.
Mia zia, a novant’anni,mostra ancora un aspetto gradevole. Capelli neri tinti dal parrucchiere, pelle del viso non ancora completamente raggrinzita, dita delle mani sempre spasmodicamente in movimento per esorcizzare incipienti dolori reumatici, sciarpetta colorata al collo e una posizione rilassata sulla poltrona preferita. Anche se ormai vive a Firenze da più di quarant’anni, è una donna profondamente e intimamente siciliana. Le sue origini meridionali sono radicate in lei come una seconda pelle e, per quanti sforzi abbia fatto nel corso degli anni di diventare, come dice lei, una continentale, il suo grado di sicilianità è molto più intenso delle donne sue coetanee rimaste a vivere nell’isola.
Quando comincia a sorseggiare il suo caffè tenendo la tazzina con mano tremolante , mostra un guizzo di vitalità.
<< Novant’anni ho e mi piace ancora “lu cafè”. Tanti sapori oramai me li scordai , non li sento più, e tante cose me le scordo subito, come se non l’avessi mai fatte. Ma il sapore di lu cafè non me lo scordo e manco mi scordo le cose antiche, quelle di quand’ ero picciridda. A quei tempi poche erano nel mio paese le botteghe di generi alimentari , i posti insomma dove si potevano accattari le cose da mangiare. C’erano in giro dei personaggi che vendevano la loro merce per strada, strata strata . Si chiamavano abbanniaturi perché abbanniavano, gridavano e con belle parole cercavano di convincere la gente a scendere in strada e comprare la loro mercanzia. Mi ricordo di quello che vendeva il sale, quello che vendeva il petrolio e lu gelataru , ma la persona che più mi piaceva quand’ero picciridda era la femmina che vendeva caffè.
Si chiamava Assuntina questa femmina e passava per le strade di mattina, quando gli uomini erano già al lavoro e le donne , rimaste in casa, si alzavano le maniche prima di cominciare a svolgere i pesanti lavori domestici. Assuntina si fermava nell’angolo di strada proprio di fronte la mia casa e, mentre aspettava i possibili compratori, cantava questa filastrocca:
Lu me cafè è a zicchiti
fattu di li me manu
viniti a manu a manu
chi sapuritu è!
cafè, cafè!
Correvamo subito noi picciriddi perché la canzoncina ci faceva arruspigliari . >>
Un sorso di caffè, una piccola pausa e la zia si abbandona al ricordo. Le sembra di sentire ancora il sapore del caffè della sua infanzia, lo gusta , lo fa scendere giù in gola insieme ai suoni, agli odori, alle fuggevoli immagini di una vita ormai interamente trascorsa .
<< Il sapore di quel caffè era speciale. Non era il sapore del caffè d’orzo , quello che mia madre al mattino aggiungeva nella tazza del latte . Non mi piaceva né il latte, bollito e ribollito, pieno di panna raggrinzita e quasi sempre uscito fuori dal pentolino e sparso nei fornelli, né quel liquido annacquato che chiamavano caffè. Il caffè di Assuntina era un’altra cosa.
Lei, la femmina del caffè, lo preparava con la sua macchinetta speciale, lo teneva ben caldo in una bottiglia di vetro coperta da un panno e poi andava in giro a vendere la sua mercanzia. Quando abbanniava, passione ci metteva, passione e simpatia.
Assuntina ci viveva con quel caffè. Le poche lire che riusciva a guadagnare ogni mattina le servivano per tirare avanti tutta la giornata. Ogni tanto, in cambio del suo caffè, le donne le regalavano un frutto, delle verdure di campagna, una pagnotta di pane fresco.
Io rimanevo incantata ad ascoltare la sua canzoncina. Avevo cinque o sei anni allora e mi bastava sentire i suoi zoccoli trascinarsi sulla strada per correre a pigliare il bicchierino di vetro riposto nel mobile guarda servizio del salotto e precipitarmi per le scale di corsa. Mia madre mi gridava dietro: “Li soldi li pigliasti?” Poi me li buttava dalla finestra. Io mi avvicinavo ad Assuntina e le dicevo: “ Canta la poesia! Canta accussì arrivanu autri picciriddi ! “ E lei cantava e intanto versava il caffè nei bicchieri. >>
La zia, bambina di novant’anni , beve ancora una sorso di caffè e si ferma per un attimo come per mettere al posto giusto le immagini mentali legate ai suoi ricordi. Intanto prende vita nelle sue parole questo strano personaggio, la femmina del caffè.
<< Mi piaceva sentire la voce di Assuntina e un giorno le chiesi se aveva dei bambini e se preparava per loro il suo caffè.
“ Schetta sugnu- mi rispose – Nun haiu maritu e picciriddi”
Dunque era una donna schetta, non sposata, una zitella , non poteva avere la gioia di avere dei bambini suoi e un marito che si occupava di lei. Non capivo perché non come tutte le donne che allora conoscevo, con un marito e dei figli . Eppure era molto bella. Aveva lunghi capelli ondulati che le scendevano sulle spalle, una carnagione chiara insolita nelle nostre zone e era molto magra, magrissima.
“ Per forza è accussì sicca- dicevano le donne- nun mangia nenti!” Il fatto che non avesse da mangiare mi angustiava molto. Pensavo che una persona che vendeva caffè, che sapeva preparare una cosa tanto buona, non poteva soffrire la fame ! E soffrivo per lei, per Assuntina, la femmina del caffè. >>
Intanto la zia, dopo aver finito di bere con la tazzina tremolante in mano , chiude gli occhi per abbandonarsi al riposo. Anche un semplice ricordo può stancare una novantenne. Io però sono curiosa di conoscere la storia della venditrice di caffè, sapere cosa è successo alla donna qualche tempo dopo, quando anche nella nostra cittadina le famiglie si attrezzarono a fare il caffè con le macchinette apposite.
<< Che vuoi sapere - mi disse la zia- non è una bella storia! La trovarono morta ad Assuntina , nella grotta delle pirrere dove abitava. Femmina sola era e sola morì! >>
<< Ma come- dico allora- nessuno ha voluto aiutarla?>>
<< Che ne sai tu di come si viveva a quei tempi? Tempi brutti erano, tempi brutti! Se una femmina si comportava male con gli uomini o magari se gli uomini se n’ approfittavano , non era più considerata femmina onesta e la gente non si preoccupava di lei. Quando Assuntina perse la possibilità di vendere il suo caffè, fu abbandonata da tutti e morì di fame nella sua grotta fra l’indifferenza dei suoi concittadini. >>
Il ricordo è ormai doloroso e la zia non ha più voglia di riprenderlo. S’addormenta serenamente e, chissà, magari incontra nei suoi sogni la femmina del caffè.
sabato 12 maggio 2012
La filastrocca di zia Franca
LA FILASTROCCA DI ZIA FRANCA
Lucia, Lucia,
era ne la camera chi liggia
e liggia lu santu nomi
quando Diu si fici omu.
Passà Maria Vergine
e ci dissi : chi avi ?
havi tri iorni chi arraggiu cu st’occhi
chi cosa ci debbo mettiri?
Pampini e finocchi.
Si è purpu morirà,
si è sangu squaglierà.
Lucia, Lucia,
era ne la camera chi liggia
e liggia lu santu nomi
quando Diu si fici omu.
Passà Maria Vergine
e ci dissi : chi avi ?
havi tri iorni chi arraggiu cu st’occhi
chi cosa ci debbo mettiri?
Pampini e finocchi.
Si è purpu morirà,
si è sangu squaglierà.
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