lunedì 15 dicembre 2008

FIGURE DI DONNA: CARMELA

FIGURE DI DONNA: CARMELA


Tiene in una mano una fetta biscottata mentre, con l’altra mano,cerca di spalmare della marmellata servendosi di un coltellino di plastica bianca.
E’ intenta a compiere la sua operazione come se fosse la cosa più importante della sua vita. Guarda la sua fetta resa lucida dalla copertura tremolante di marmellata e sospira: “Da quannu sugnu all’ospidali,mi attuppà la fami!”
“Si sforzi, signora Carmela, mangi qualcosa !” le dico avvicinandomi a lei ,
anche per scambiare due chiacchiere e trascorrere i tempi morti delle giornate trascorse in ospedale, tra lamenti di malati e bottiglie di flebo che penzolano sui letti.
Seduta sul bordo della sedia, come se dovesse alzarsi da un momento all’altro, Carmela fa cenno di avvicinarmi, vuole raccontarsi, parlare delle sue cose, del passato,dei figli, dei nipoti,della sua vita di oggi e di ciò che farà dopo, quando uscirà dall’ospedale.
“La mia malattia è che il colon e un rene si toccano e si infiammano. Questa è tutta la malattia. Mi dissero che domani mi faranno la colascopia, la cosa scopia, insomma mi devo bere quattro litri di acqua, ma come si fa?”
Comincia a parlare a ruota libera; le rughe del suo volto si animano, prendono vita, diventano tutt’uno con la bocca che macina parole, pezzi di vita che si ricompongono insieme alla saggezza della gente di Sicilia, fatta di espressioni consolidate nel tempo e ripetute da intere generazioni.
“Iu mai ivi da lu dutturi. Mancu quannu accattava li figghi!”
Partoriva e, il giorno dopo, si alzava dal letto e si metteva a lavorare in casa. Quando stava per nascere il suo ultimo figlio, sentì che era giunta l’ora e disse alla sorella: “Metti l’acqua ‘n capu, chi sta nascennu!”
“ Quattro chila era stu figghiu me e iu sugnu ccà! Ora fannu ecografia, esami e tanti cosi; prima c’era sulu la levatrici!”
Il racconto della nascita dei figli prosegue con altri particolari. Tre figli, tre storie diverse. Uno di questi venne fuori dai piedi. “Chi cosi tinti! L’ostetrica dicia chi stu picciriddu chi stava pi nasciti era un animale!”
“Ma come, un animale!” dissi io tanto per dire qualcosa, anche perché era lei, Carmela, che teneva in mano la conversazione.
“Certo,la levatrice lo toccava per i piedi e non trovava la testa! Basta, anche per questa volta tutto andò bene, il bambino si capovolse da solo e non ci fu bisogno di dottore.”
“ Il giorno successivo al parto- disse ancora Carmela- andai all’ufficio postale a cambiare un assegno di mio marito, perché avevo bisogno di soldi, per la nascita e tutto il resto.”
“Come era suo marito? Era innamorata di lui?”chiesi .
“Mio marito era un bell’uomo. Sembrava un attore “
Si trattò di un matrimonio “portato”. Carmela non lo conosceva, né lui conosceva lei, che aveva solo sedici anni e portava ancora i calzini corti.
“ Un giorno venne in casa mia un conoscente insieme ad un giovanotto , così per fare una visita, dicevano. In realtà, si voleva fare la riconoscenza.” Carmela, quando vide il giovanotto ,rimase favorevolmente colpita e si innamorò subito di lui. Si fidanzarono e si sposarono nel 1950, dopo quattro anni di fidanzamento.
“Un giorno- racconta Carmela- mio marito mi vide piangere e mi chiese perché ero così dispiaciuta. Forse lui non si comportava bene? Forse c’erano problemi che lui non conosceva? Io non riuscivo a parlare, piangevo e basta.
In quel periodo ero incinta di cinque mesi e non sapevo da dove doveva uscire quel bambino che sentivo crescere dentro di me”.
Le chiesi allora perché non ne aveva parlato con la madre o con le sorelle e perché si era tenuta quei dubbi dentro, tanto da piangere in modo così imprevedibile.
“Mia madre era malata- rispose- aveva l’anemia mediterranea.” Se l’era presa per il troppo dispiacere di vedere uno dei suoi figli , un bambino di un anno e mezzo, colpito da meningite.”
“Mia madre non aveva voluto più mangiare e si era ammalata” Toccò a Carmela, sin da piccola, accudire la famiglia e curare i bambini. Per questo motivo non aveva frequentato la scuola. Neanche un giorno di scuola aveva fatto.
“Mi facia la cruci e dicia “Patri, figghiu e Spiritu santu” . Così iniziavo le mie giornate. Faciamu troppu malavita, ora si sta bene e non c’è paragone con la vita che faciamu prima”
Durante la guerra, una “vastedda” di pane doveva servire per giorni e veniva razionato ogni pezzetto di pane, anche duro come pietra perché il pane era una grazia di Dio.
“Quando mio fratellino mi chiedeva un pezzetto di pane, io non potevo resistere. Prendevo la “vastedda” da sotto il materasso, dove la nascondeva mia madre, e gliene davo un pezzetto a me fratuzzo.”
Il frumento veniva pestato con le pietre, si cucinava il farro e si mangiavano fave bollite e “taddi” di broccoli.
Poi, dopo la guerra, le cose cominciarono a migliorare. I marinai ripresero ad andare in mare e, pian piano, la vita migliorò. Però, per un certo tempo, i mari erano pieni di mine e molte barche saltarono in aria con i loro pescatori.
“Tante disgrazie ci furono allora a Mazara . Finalmente, arrivò una nave d’ispezione che tolse tutte le mine dal mare e così le cose migliorarono. I marinai guadagnarono tanto che si fecero case e villini.”
“Insomma- dissi allora a Carmela che , infervorata dai racconti, sembrava aver dimenticato i suoi acciacchi- finita la guerra e con il matrimonio, la vita cominciò a sorriderle o no?”
“Ma quali sorrideri e sorrideri – mi rispose Carmela - i miei guai avianu ancora a ‘ncominciari! A me maritu ci vinni” la giannizza” e morsi a 50 anni.
Iu arristà sula e con un minimo di pensione!”
Le chiesi se fosse andata a lavorare o se avesse cercato aiuti.
“Iu a travagghiari nun ci vulia iri. A li me figghi mi li criscì sula, senza aiutu di nuddru, con un minimo di pensione . Quella avevo e quella mi doveva abbastare.”
“Signora Carmela- le chiesi- oggi la vita è ben diversa da quella della sua giovinezza. Le sembra migliore o peggiore il modo di vivere di noi cittadini mazaresi?”
“Megghiu, megghiu, nun c’è paragoni. Oggi non c’è nuddu chi addisia un pezzu di
pani. La genti va nelle pizzerie e li picciotti mangianu gelati. Iu, con la pensioncina chi mi duna lu guvernu,cinquecento euro al mese, sugnu tranquilla e nun dugnu nociu a li me figghi.”
“Cosa può fare con cinquecento euro?” chiedo allora con curiosità.
“Io ci mangio, pago le bollette di luce e faccio anche qualche regalino ai miei nipoti, per le cresime e li compleanni.Proprio ora finì di aggualarici cinquecento euro a mia nipote che si avi a maritari. Pi la tredicesima mi accatto li robi pi lu matrimoniu. Mi li accattu di Spina, ddà mi servu sempri.”
L’arrivo dell’infermiera di turno interruppe la conversazione. Carmela mi fece tanti auguri per la salute della mia mamma e mi disse abbracciandomi: Ricordati, tutto quello che si fa per i genitori, ci sarà ricompensato prima o poi!”

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